INTRODUZIONE AL “IL CONTRATTO SOCIALE” DI ROUSSEAU
Il Contratto Sociale
non è semplice anzi direi che è un’opera di una chiarezza piuttosto insidiosa
e, quindi, ovviamente, per affrontarne le tematiche centrali è sicuramente opportuno
ricostruirne il retroterra dal quale, in qualche maniera, si origina.
Allora, innanzitutto, va fatta una precisazione. Il Contratto Sociale non è un’opera, ma un estratto di una grossa Storia delle Istituzioni che
Rousseau andava scrivendo e che poi decise di bruciare, perché, evidentemente,
non era assolutamente soddisfatto dell’impostazione del lavoro stesso: ne
salva, così, l’introduzione, a noi è nota come il Contratto Sociale e che,
comunque, il pensatore ginevrino continua a considerare un’appendice dell’Emilio, lì dove gran parte della critica
considera l’Emilio un ' opera di
pedagogia, ovvero ciò che è meno di ogni altra cosa.
L’Emilio non è
un 'opera di pedagogia, ma di politica e il Contratto
è un’appendice dell’Emilio. Ma, detto
questo, bisogna, comunque, risalire ai mutamenti avvenuti all’interno della
natura umana per comprendere appieno la fondazione e, insieme, la critica della
politica che informa gli scritti roussoiani.
La natura umana nel corso del tempo subisce delle
modificazioni sulle quali Rousseau richiama l’attenzione, perché le ritiene
centrali all’interno degli assunti da cui muove, vale a dire natura e
artificio, che costituiscono i poli contrapposti della sua analisi politica.
Allora, ovviamente per ragioni opposte, incomincia a scartare immediatamente
sia il punto di vista di Aristotele sia quello di Machiavelli. Aristotele considera l’individuo come una
sorta di animale in via di sviluppo, di evoluzione. Già questo mette Rousseau un
poco in allarme. Machiavelli, invece, ritiene la natura umana immodificabile,
immutabile, ed anche questo è un presupposto che non riesce ad ammettere, ad
accettare, perché bisogna muovere dall’uomo così com’è, dal soggetto che noi
vediamo e osserviamo quotidianamente di fronte ai nostri occhi. Perché questo
soggetto nel corso del tempo ha completamente mutato la propria natura.
L’opposizione tra uomo naturale e uomo civile affonda qui,
in effetti, le proprie radici. L’uomo naturale non esiste. Sappiamo di lui se
non come termine di paragone, al quale Rousseau ricorre per delle ragioni che
vedremo di qui a un po’.
L’uomo naturale non esiste per la semplice ragione che è
in noi: siamo, cioè, noi stessi prima che la nostra natura si sia modificata.
Ma come si modifica la nostra natura? Qui bisogna comprendere un passaggio
fondamentale, essenziale, che ci dà poi la misura di questo scarto tra arte,
artificio e natura, tra costituzione originaria e natura artificiale che è uno
degli elementi cardine dell’analisi rousseauiana. La scoperta degli strumenti è
sicuramente uno dei momenti essenziali: il vero principio di mutamento della
natura umana si verifica allorché l’individuo scopre di avere delle facoltà che
può mettere in qualche modo a profitto; la ragione, innanzitutto, il modo con
il quale la si può adoperare.
Quando apriamo il Discorso
sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza, vediamo che al centro c’è
sempre il problema dell’uomo: è “dell’uomo che debbo parlare”, dice Rousseau,
quasi ripetutamente; “la mia analisi si incentrerà sul problema uomo” sostiene
poco più oltre.
Ma quest’uomo è ormai la personificazione dell'umanità,
ormai è diventato simile alla statua del pescatore Glauco che le tempeste hanno
trasfigurato rendendola quasi irriconoscibile, tanto da farla assomigliare più
ad una bestia che a un uomo, che a un dio: l’individuo, il soggetto,
l’originario uomo di natura nel corso del tempo ha modificato la propria intima
costituzione. Avvalendosi del supporto della ragione egli è capace di crearsi i
propri strumenti, i primi strumenti di lavoro. Pesca ora con la canna, dalla
canna riesce a comprendere che può in qualche maniera passare alla capanna e
che può dormire nella capanna, lì dove prima dormiva sotto un albero,
all’intemperie, al caldo, al freddo e all’umido, dalla capanna alla casa, poi,
il passo è breve.
Rousseau fa però presente che non tutti gli uomini
giungono allo stato di ragionamento contemporaneamente e alla stessa maniera.
C'è, per così dire, uno sfalsamento di tempi rispetto alle acquisizioni delle
facoltà. Chi riesce a pensare prima o utilizzare prima in maniera profittevole
i suggerimenti della ragione riesce anche ad avere il sopravvento sull’altro.
L’individuo a quel punto incomincia progressivamente a perdere la propria
condizione di individuo naturale e a divenire prigioniero, schiavo, di una
seconda natura che progressivamente si impossessa del suo essere fino al punto
da recintare un terreno e dire: questo
è mio. Fino al punto da scacciare
tutti coloro che osano avvicinarsi da quella che ritiene una proprietà
acquisita. Alla natura prima, incomincia a sostituirsi la natura seconda, che
discende dalla capacità di valersi degli artifici del ragionamento.
A quel punto gli uomini prendono a confrontarsi, a
paragonarsi: l’uomo comincia a diventare una specie di merce per l’altro uomo,
si mercifica, dice addirittura Rousseau, nell'Emilio se non ricordo male, con un’espressione ricca di
significato, in seguito ripresa anche da Marx nel Capitale. L'uomo, dunque, quasi si mettesse sul mercato e vivesse
esclusivamente di beni materiali, abbandona quella che è una disposizione
originaria, la virtù, frutto di un particolare sentimento, la pietas, che lo spinge a precipitarsi in
soccorso del suo simile vedendolo soffrire: dal momento in cui è in grado di
riflettere, di pensare e di ragionare diviene schiavo delle proprie ambizioni,
diventa, in una parola, uomo di ragionamento.
Uomo di ragionamento è colui che non si interessa per
nulla alle vicende del proprio simile. Dice Rousseau: “se un altro uomo viene
sgozzato sotto la sua finestra non ha da fare altro che tapparsi le orecchie,
fingere di non sentire e proseguire tranquillamente a vivere come se nulla
fosse successo”.
Ho schematizzato questi passaggi perché, ripeto, li
ritengo fondamentali. Non esiste, dunque, uno stato di natura come condizione
presociale. Per quanto strano possa sembrare è così: si tratta piuttosto di una
disposizione naturale che l’individuo abbandona volontariamente nel momento
stesso in cui decide di cambiare pelle. Allorché allontana la mano dell’altro
che sta cogliendo il frutto dallo stesso albero, e impedisce che si nutra,
allora è effettivamente diventato uomo di ragionamento, sarà a colui che dirà questo è mio: a quel punto nasce inevitabilmente l’organizzazione sociale.
Le finzioni descrittive utilizzate da Rousseau sono dunque molto indicative: si
evince che l’organizzazione sociale nasce attorno alla difesa della proprietà
privata, di un interesse o di interessi particolari, che presuppongono il
cambiamento totale della costituzione originaria dei soggetti. Questi
interessi, è facile capirlo, sono quelli di coloro che hanno recintato il
famoso terreno e hanno dato origine al possesso. Qui si scioglie l'enigma
dell'origine, ma si risolve anche la difficoltà di comprendere perché non può
esistere una società di uguali e di liberi, perché non può esistere una società
che garantisca la libertà. E' questo il punctum
saliens. Ne abbiamo conferma aprendo
il Contratto Sociale: “l’uomo è nato libero e dovunque è schiavo. Come è potuto
succedere? Ve lo posso spiegare e ve lo voglio spiegare”. Nel momento stesso in
cui si dice che l’uomo è schiavo dovunque, significa che l’uomo è schiavo sotto
qualunque tipo di organizzazione sociale. Significa che a produrre la schiavitù
sono le istituzioni. Significa che a produrre schiavitù è il potere in tutte le
sue forme e, in effetti, nell’Emilio l’affermazione è supportata da tutta
una serie di passaggi che Rousseau sottolinea con forza al lettore.
Quando nasciamo, cosa succede? Ci infilano in una culla
dopo averci accuratamente fasciato. Appena abbiamo compiuto l’età in cui si
inizia a camminare stentatamente ci imprigionano in altro modo, nei girelli, in
cui si avvolge il corpo per impedirne i movimenti spontanei. Quando moriamo ci
inchiodano nella bara. Ovviamente le istituzioni sono follia, perché incatenano
l’individuo e non fanno altro che metterlo in perpetua contraddizione con se
stesso. Questi passaggi rapidamente schematizzati ci portano diritto ad una
conclusione, almeno dal mio punto di vista, e non è certamente detto che io sia
nel giusto: non è possibile ritenere Rousseau il teorico della democrazia
politica, il teorico del contrattualismo, perché è vero esattamente il
contrario, così come non azzarderei paragoni frettolosi tra Rousseau e Marx,
pur fatti illustri studiosi. mi riferisco, com'è a tutti noto, alla linea
interpretativa inaugurata da Della Volpe e poi ripresa e sostenuta da Colletti,
che non valgono se non per le suggestioni che possono produrre. Giacché le
analogie non mancano, il discorso meriterebbe considerazioni molto più
approfondite che, per ragioni di tempo, non è possibile affrontare in questa
sede: fare di Rousseau il precursore di Marx è, però, un 'operazione che mi ha
lasciato sempre abbastanza perplesso.
Tornando al punto cominciamo ad avere qualche strumento in
più per capire come funzione la società democratica. All’origine c’è una finzione nel senso che una società nasce
secondo ciò che noi ne sappiamo da un patto. Un patto. A parte il fatto che
bisogna distinguere il pactum unionis dal pactum subjectionis,
cioè, di associazione e di soggezione, il cuore del problema è questo: se
risaliamo alle origini, alla formula originaria, si legge che ciascuno di noi
mette in comune la propria persona e propri beni sotto la suprema direzione della
volontà generale. Come la definisce Rousseau?
Già qui appare evidente la difficoltà: è impensabile che
tanti soggetti diversi tra di loro sia per le fortune sia per gli averi, al di
là delle disuguaglianze fisiche, possano riunirsi e concordare una forma di
associazione che salvaguardi e rispetti i criteri dell’uguaglianza e della
libertà. A dettare le regole dell’organizzazione sono, allora, i proprietari, i
nuovi soggetti che sono riusciti prima di tutti gli altri a conquistare dei
possedimenti. Si tratta solo di trasformare il diritto del primo occupante,
l'atto di forza, in diritto positivo.
Mi sembra opportuno richiamare in questo contesto alcuni
luoghi famosi del Manoscritto di Ginevra
che è una stesura preliminare del Contratto
Sociale: “Istantaneamente quest’atto
di associazione, ovviamente il patto,
produce al posto delle persone private dei singoli contraenti il corpo morale e
collettivo composto da tanti membri quanti sono i voti dell’assemblea che trae
dall’io comune unità formale, vita e volontà. Questa persona pubblica così
formata dall’unione di tutte le altre, prende in generale il nome di corpo
politico detto dai suoi membri stato quando è passivo, sovrano quando è attivo,
questi membri prendono il nome di popolo in quanto collettività, mentre in
particolare si chiamano cittadini in quanto membri della città o partecipanti
all’autorità sovrana e sudditi in quanto soggetti alle leggi dello stato”.
Questo fa tutto il danno della macchina politica. Osserva ancora Rousseau:
“Ciascun membro nel momento stesso in cui è considerato sovrano, perché
sappiamo che la sovranità è popolare perché la sovranità risiede nel popolo, è
anche suddito”. Una contraddizione i termini: o si è sudditi o si è sovrani.
Ciascun membro, allorché è contemporaneamente suddito e sovrano, fa parte
soltanto di una persona pubblica o io comune che ingloba tutte le altre
soggettività. Allora bisogna ricorrere ad una finzione: la sovranità è, di fatto, un concetto
giuridico attraverso il quale è possibile fondare questo ente morale,
collettivo, questo corpo, all’interno del quale ciascun membro inteso come
soggettività singola si annulla sino al punto di scomparire. Rousseau, muovendo
da questi presupposti, comincia a fornire i termini della critica delle
democrazie realizzate.
Come funziona il potere democratico? Sappiamo che la
volontà è popolare perché deve risiedere nei soggetti, nel popolo. Sappiamo che
il popolo deve essere libero di esprimere la propria volontà e sappiamo poi,
chiaramente, che la democrazia comporta una processo di libertà inarrestabile
che è principalmente la libertà dei membri che appartengono alla comunità
democratica. I modelli di democrazia realizzata rispondono a questi principi?
Li realizzano effettivamente? E' questo l'interrogativo attorno a cui ruota la
domanda che Rousseau si pone nel Contratto
Sociale: quasi facesse opera di
genealogia, prende a decostruire pezzo a pezzo l'impianto che sorregge la
democrazia moderna; la volontà o è generale o non lo è; dove c'è il
rappresentante non c'è più il rappresentato: dov'è il popolo sovrano che detta
la propria volontà nelle leggi? Si sa
che l'arcivescovo di Parigi Cristoforo de Beaumont aveva spedito a Rousseau un mandement per informarlo che l’Emilio e il Contratto Sociale
sarebbero stati bruciati come opere eretiche prodotte da un eretico: nella
risposta che il pensatore ginevrino invia all'arcivescovo ci sono tutti gli
elementi per comprendere i timori che allarmano le autorità religiose e
politiche. Rousseau svela quali sofisticate tecniche mette in campo il potere
per ingabbiare i soggetti: le pratiche religiose e quelle politiche hanno il
solo scopo di tenere l'individuo sotto controllo, di disciplinarlo, di renderlo
un soggetto sociale obbediente a tutti gli effetti: un antipotere come Rousseau,
che scopre e suggerisce attraverso quali modalità si produca la manipolazione
delle coscienze, non poteva che essere considerato empio nel Settecento.
Torniamo a questa figura di corpo morale, di ente
collettivo surrettiziamente e artificialmente creato per far funzionare questa
sorta di ragione pubblica che siamo abituati a far valere, a far contare come
volontà generale: Rousseau, entrando nello specifico della critica delle
democrazie realizzate, fa presente, in un altro passo del Contratto Sociale, sul quale
richiamo l’attenzione, quanto segue. “La sovranità per la stessa ragione per
cui è inalienabile è anche indivisibile. Infatti la volontà o è generale o non
è. È la volontà del corpo morale o solo di una parte ma i nostri politici non
potendo dividere la volontà nel suo principio la dividono nel suo oggetto. La
dividono in forza e volontà, in potere esecutivo e legislativo, in diritto di
imposta, di giustizia, di guerra, in amministrazione interna e in potere di
trattare lo straniero. Ora confondono tutte queste parti ora le separano. Fanno
del sovrano un essere fantastico costituito di pezzi giustapposti come se
componessero un ' unione di più corpi di cui uno avesse gli occhi, un altro le
braccia, un altro ancora i piedi e nulla più”.
Allora tutto l’artificio della macchina politica sta qui:
nel presentare il popolo come depositario del potere e la legge come
espressione della sua stessa volontà: è vero, invece, che attraverso l'uso
sapiente di formule istituzionali, quali la divisione dei poteri teorizzata da
Montesquieu col quale Rousseau polemizza apertamente nell'Emilio, l'unico soggetto che nelle democrazie dovrebbe essere
effettivamente sovrano viene, di fatto, espropriato della facoltà di decidere e
partecipare.
A questo punto si prospetta un percorso interpretativo
completamente diverso da quello che è stato più spesso ipotizzato. Rousseau,
più che teorico del mondo borghese moderno, è il primo critico severo non solo
del potere in senso generale, ma anche delle democrazie politiche così come si sono
venute costituendo e realizzate.
Da che cosa lo si può evincere? Con il sistema elettorale
non si risolve di certo il problema della partecipazione dei soggetti alla vita
politica. Rousseau ride degli inglesi.
E' opportuno sapere che quando il pensatore ginevrino parla dell’Inghilterra
come patria secolare della democrazia e del costituzionalismo, non ha, a
differenza di Montesquieu, nessuna ammirazione o riguardo formale per il suo
secolare impianto strutturato come sistema parlamentare, elettorale, di
rappresentanze. L’inglese ritiene di essere libero, di vivere in una nazione
libera che garantisca la sua libertà;
in effetti è libero solo nel momento in cui va a depositare la scheda
nell’urna. Questa mi sembra un’idea
fondamentale, anche in relazione all’oggi: c’è una domanda di partecipazione
enorme come dimostrano tutti i movimenti che si sono costituiti in funzione
antiglobal; se dunque la partecipazione del soggetto nella democrazia
incomincia e finisce nel momento stesso in cui viene depositata una scheda
nell’urna, attualmente, il costituirsi degli Stati sovranazionali, riflette e
fonda una distanza ancora più profonda tra governanti e governati, riducendo i
soggetti al ruolo di comprimari passivi e impotenti.
Immagino le obiezioni che si possono muovere. Se Rousseau
smonta l'impianto democratico, attacca alla radice il costituzionalismo, mostra
che il potere, al di là delle forme di governo attraverso cui si esprime, si
esercita sempre allo stesso modo, cioè come funzione di comando, allora chi è
Rousseau?. È il teorico dei piccoli Stati?
degli Stati dell’antichità?
Derathè sostiene questa tesi; giacché i popoli dei grandi Stati sono
praticamente persi per la libertà, Rousseau scriverebbe solo e semplicemente
per i piccoli Stati, ancora incontaminati, allo scopo di salvaguardarne
l'integrità politica. Ma anche questo è discutibile: il pensatore ginevrino fa
in proposito una considerazione estremamente efficace. Il modello
dell’antichità, Roma, la Grecia, il piccolo Stato, e non è proponibile; lo si
può solo osservare da lontano per la positiva organizzazione politica che lo
caratterizza. Lì il contatto tra i soggetti e l’istituzione era diretto, perché
il corpo sociale, il corpo dei cittadini, faceva tutt’uno con il corpo dello
Stato. Lo Stato era una città stato; non mi sono posto il problema di sapere se
la lezione politica roussoiana vada in direzione del federalismo moderno; a
giudicare dalle acute osservazioni che si leggono nelle Lettere dalla montagna, nelle quali è passata al setaccio la
politica di Ginevra, sembrerebbe di no. Credo piuttosto che a Rousseau
interessasse soprattutto richiamare l’attenzione sui mali del mondo moderno,
che sono mali della politica, che, attraverso l'uso appropriato di formule, ha
conquistato tutti gli spazi del sociale, distanziandosi dai soggetti che
restano esclusi da ogni forma di partecipazione e decisione. Si dovrebbe,
dunque, ricomporre un diretto rapporto tra cittadini e istituzioni.
Tocqueville, che pure come Rousseau richiama l'attenzione sulla crescente
centralizzazione dei governi e vede negli esiti ultimi dello sviluppo
democratico il pericolo dell'esclusione, ritiene opportuno promuovere la
costituzioni e l'organizzazione di associazioni che proteggano le minoranze
dalla tirannide della maggioranza. All'interno di queste associazioni, infatti,
dove si promuove la libertà di stampa, di appartenenza, di culto religioso, è
possibile formare il cittadino mettendolo in condizione di maturare senso
civico. Rousseau, al contrario, teme che le società
parziali, cioè le associazioni
particolari, possano tramutarsi facilmente in fazioni o partiti in
lotta tra loro per il prevalere inevitabile di interessi particolari.
Il cosiddetto patto, come si evince dalla citazione che ho
richiamato, produce istantaneamente il corpo, i membri, il cittadino; ecco
perché si tratta di una finzione di carattere giuridico: a ciascun membro o
soggetto viene recata dall’esterno la vita, l’essere, la volontà e,
all’improvviso, egli si trova inserito in un contesto sociale con la qualifica
di cittadino.
Qui Rousseau richiama le figure dei legislatori, non certo
perché pensi a Licurgo, Mosè , o anche a Gesù Cristo come a figure di uomini
esemplari che hanno assunto su di sé il diritto. Ho più volte ribadito che la sovranità
è un concetto giuridico; dei mitici legislatori resta, piuttosto, il valore del
loro operato, delle azioni virtuose degne di rilievo: Rousseau ne richiama l'
esempio perché possa funzionare da norma per gli uomini.
Licurgo che cosa ha fatto? Si è spogliato di tutti i
propri beni, dei propri averi e si è posto a capo della comunità di
appartenenza: ha dimostrato di saper rinunciare all’interesse personale e di
volere agire nell’interesse generale della collettività.
Ma Rousseau non è un illuso ha solo provato a indicare
all’uomo la strada da percorrere per essere effettivamente cittadino di una
comunità degna del nome. D’altra parte lo farà anche Kant, come è noto, quando
richiamerà il soggetto al senso di responsabilità. Per questo poi Kant è stato
un lettore così attento dell’Emilio di
Rousseau. Tutti conoscono un particolare della vita di Kant: due volte tardò
prima di effettuare la consueta passeggiata serale, che fungeva da segnale
orario per i concittadini: quando fu preso dall'ansia di portare a compimento
la lettura dell'Emilio, allorché
giunse notizia dello scoppio della rivoluzione francese.
Licurgo ha compiuto un 'opera dalla quale traspare la
volontà di agire in funzione del bene pubblico; spogliandosi dei propri averi
ha dato dimostrazione di voler agire nell’interesse di tutti così come del
resto, Mosè: non si può certo pensare che il popolo sia costruito dalla legge.
Mosè ha fatto un operazione diversa: ha prima fondato una comunità e poi ha
dato le legge. Purtroppo, per ragioni di tempo, non è possibile trattare nello
specifico il problema del rapporto tra religione e politica.
Comunque, il punto è questo: con quali procedure è
possibile fondare una comunità dell'interesse generale. Il popolo come soggetto
formato da cittadini, non si costruisce certo mediante il ricorso a formule
artificiali, come la sovranità, la volontà generale, ecc. Il richiamo alla
figura del saggio legislatore non è certo un invito a mettersi alla ricerca di
un capo carismatico, pronto a intervenire nei momenti difficili, e a imporre la
soluzione di forza . No! Che Rousseau possa aver precorso i totalitarismi, come
pure in non pochi hanno sostenuto, è un errore altrettanto grave di lettura
quanto quello che lo vuole in qualche maniera avvicinare a Marx o considerarlo
il predecessore di Marx.
No, egli richiama esempi storici. Alla fin fine, Licurgo è
un uomo virtuoso come lo è stato Gesù Cristo il quale ha operato, lui sì, una
rivoluzione silenziosa delle coscienze. Ma ha dimostrato con i fatti e quindi
con il suo comportamento di uomo libero come si combattono le ingiustizie, come
si combatte il potere, come si combattono le iniquità. Giacché gli uomini non
sono in grado di costruire una comunità politica organizzata sulla base dei
principi solidi dell’uguaglianza, della fratellanza, della libertà, bisognerà
attendere una vita futura, un regno dei cieli di là da venire, almeno finché
gli uomini non saranno capaci di tradurre in istituzioni giuste il messaggio
cristiano.
La lezione che proviene da Rousseau si può così sintetizzare:
Licurgo, Mosè e Gesù, hanno cercato di persuadere senza avere la pretesa di
imporre, e, quel che più conta, senza far ricorso alla violenza: inermi hanno
affrontato la loro missione; la virtù, che è forza e sacrificio, non certo
abbellimento o ornamento esteriore, si è di fatto staccata dalle loro condotte,
circola nel tempo e giungere fino a noi. Sta a noi dunque, cogliere il valore e
il significato dell' esempio di uomini virtuosi che hanno saputo agire
nell’interesse generale della comunità, anche a prezzo di sacrificare il
proprio. Si legge nel Contratto Sociale.
“Le elezioni per sorteggio avrebbero troppi inconvenienti
in una vera democrazia dove una totale uguaglianza sia di costumi e di
capacità, come di principi e di fortuna renderebbero la scelta quasi
indifferente”. “ A prendere la parola a
rigore una vera democrazia non è mai esistita e non esisterà mai, è contro
l’ordine connaturale che la maggioranza governi e la minoranza sia governata”.
Non c'è dunque società giusta, la
generale società del genere umano che realizzi i principi di equità in
tutte le forme.
Rousseau era un emarginato, un escluso, addirittura un
paranoico, giacché di lui si può dire tutto e il contrario di tutto. La definizione della democrazia come
tirannide della maggioranza è, però, l'anima del Contratto Sociale: non a
caso la farà propria Tocqueville nella Democrazia
in America, per sottolineare il processo di degenerazione che la
democrazia, anche in un grande paese di antiche tradizioni democratiche come
l'America, subisce nel corso del tempo.
Che significa tirannide della maggioranza? Tirannide della
maggioranza è un concetto che si presta a molteplici interpretazioni e
principalmente questa: in tempi in cui, e il riferimento ai tempi moderni può
essere anche schiacciante se lo vogliamo cogliere, tutti fanno le stesse cose,
tutti pensano allo stesso modo, tutti agiscono nella stessa maniera, a far
gioco è l’opinione della maggioranza alla quale ci si adegua senza riflettere.
Chi rifiuta di sottomettersi alla tirannia dell'opinione dominante è
emarginato, escluso. Il pensiero corre inevitabilmente ai mali del nostro tempo
al potere dei mas media mass media ai giornali, della stampa, della pubblicità.
Il potere, anche quello democratico si esercita sempre a
danno di qualcun altro. Quando Rousseau scrive l'Emilio traccia per il suo allievo un percorso di libertà dotandolo
di quegli strumenti che utilizzerà per cercare di salvaguardare la propria
autonomia e la propria identità, senza mai diventare suddito. Sta a noi essere
liberi, autonomi, ecco perché il pensatore ginevrino carica l’individuo di
responsabilità. Scrive nell'Emilio.
- “Ma prima dei tuoi viaggi, sapevo quale ne fosse stato
l’effetto, sapevo che guardando da vicino le nostre istituzioni tu saresti
stato molto lontano dal concepire per queste fiducia che esse non meritano. È
invano che si aspira alla libertà sotto la salvaguardia delle leggi. Delle
leggi dove ve ne sono? E dove sono rispettate? Dappertutto sotto questo nome tu
non hai visto regnare che l’interesse particolare e le passioni degli uomini.
Ma le leggi eterne della natura e dell’ordine esistono. Esse tengono luogo
di leggi positive al saggio; sono
scritte in fondo al suo cuore dalla coscienza e dalla ragione; a quelle egli
deve assoggettarsi per essere libero; non c'è schiavo se non colui che fa male,
poiché lo fa sempre suo malgrado: La libertà non è in alcuna forma di governo,
sta nel cuore dell’uomo libero, egli la porta dappertutto con sé. L’uomo vile
porta dappertutto la schiavitù”.
Rousseau si pone fuori dall’ordine sociale, scrive le Confessioni, il Rousseau giudice di Jean Jaques. Sono le cosiddette opere
autobiografiche. Anche Montaigne, come è noto, scelse di ritirarsi nel proprio
castello quando le guerre di religione causavano stragi, vittime, violenze,
sangue. I Saggi, come fa osservare la
Battista nel suo insuperato saggio su Montaigne
politico sono una sorta di manifesto della crisi dell’uomo del tempo,
sfiduciato dal crollo di tutti i valori, sicuro ormai che nessuna comunità politica
possa realizzare i principi del vivere civile, cioè l'uguaglianza, la
giustizia, il rispetto dell'altro. Le Confessioni
e le opere autobiografiche, fatte le debite differenze, esprimono lo stesso
disagio che si traduce, per le stesse ragioni che avevano determinato la scelta
di Montaigne, in un ripiegamento intimista che sfocia nel rifiuto della società
e della politica che non ha risposte per domande di uguaglianza, giustizia,
libertà personale. Mentre Montaigne, osserva ancora la Battista, alla fine finisce
col ritenere lo Stato, qualunque forma di Stato, solo una sorta di necessità
esterna che serve, fondamentalmente, a garantire a Montaigne la tranquillità
interiore, Rousseau suggerisce a Emilio di viaggiare, di non vivere
continuamente nello stesso luogo; solo viaggiando si è veramente liberi,
autonomi, non si subisce il vincolo prepotente dell'ordine costituito. Emilio
deve essere cittadino del mondo.
C'è dunque un ordine naturale, espressione della saggia
mano che lo regge, e che non è certo il Dio della religione rivelata, e un
ordine artificiale.
L’ordine artificiale è l’ordine della politica. La
politica non ha niente da che a vedere con la saggezza e con la virtù. A meno
che non ci rifacciamo alle figure di legislatori che hanno saputo effettivamente
coniugare saggezza e virtù nel loro modo di agire. Al fondo dell' ordine
naturale che l’uomo sovverte nei comportamenti, e di cui ci hanno parlato, i
saggi stoici, giace la perfezione. Tutto è armonia, ogni cosa si lega, ha il
suo posto: basterebbe trasferirlo immediatamente nei nostri comportamenti.
L’uomo preferisce, invece, tradire il dettato naturale
calare la maschera sul volto e continuare ad inseguire un futuro incerto e
imprevedibile giacché le passioni e gli interessi, l’amore di sé e l’amor
proprio sono le costanti e le caratteristiche dell’agire umano. Non resta che
richiamare brevemente alcuni passaggi delle Considerazioni
sul governo di Polonia: qui
Rousseau fa riferimento al mandato imperativo e all'amor di patria.
Quest'ultimo va inteso come senso di attaccamento alla comunità di
appartenenza, che ogni polacco possiede quasi naturalmente, che va alimentato
promuovendo un piano di educazione pubblica, civica, che si innesta su un
retroterra già favorevole alla sua piena realizzazione e espansione. Mi sembra
superfluo sottolineare che ogni possibile interpretazione in senso nazionalista
lascia il tempo che trova giacché si configura come variante di una linea di
lettura che pone il Contratto Sociale a fondamento di ogni futuro
totalitarismo. Lì dove si sviluppa effettivamente il senso di appartenenza alla
comunità di origine, se ne interiorizzano le regole, si antepone l'interesse
generale a quello particolare, la si può anche rappresentare attraverso il mandato imperativo: si scelgono, cioè, alcuni rappresentanti che godono
della fiducia della comunità in modo diretto, e lì si incarica di recare nelle
sedi opportune, cioè le diete, nel caso della Polonia, le precise indicazioni
ricevute dai membri della comunità. Si tratta ovviamente di un suggerimento
poiché, proprio nelle Considerazioni,
Rousseau osserva.
"Infatti, come si può vedere nel Contratto sociale, ogni corpo depositario del potere esecutivo,
tende fortemente e continuamente ad assoggettarsi il potere legislativo, e
prima o poi ci riesce".
Analogamente, nelle Lettere dalla Montagna, esattamente nella sesta,
si legge.
"Più ristretto è il numero, più il governo è forte;
più esteso è il numero, più il governo è debole; e poiché la sovranità tende
sempre a indebolirsi, il governo tende sempre a rafforzarsi. Quindi a lungo
andare, il corpo esecutivo deve sempre avere il sopravvento sul corpo
legislativo, e quando alla fine la legge è soggetta agli uomini, restano solo
degli schiavi e dei padroni; lo Stato è distrutto".
Non è forse esattamente quello che sta accadendo?