CONFERENZA
DEL PROF. GIUSEPPE CANTILLO:
INTRODUZIONE ALLA LETTURA DEL “MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA”
Siamo certamente in una
condizione che da più parti è stata definita come di finis politicae, intendendo,
ovviamente, la fine di una certa forma della politica che si è affermata nella
modernità, nel mondo moderno e che, appunto, ha trovato, certamente, nell’asse
Hegel – Marx un punto alto di definizione. E quindi una riflessione che
coinvolga anche, da questo punto di vista, il pensiero marxiano è certamente
funzionale a questo progetto di ripercorrere alcuni momenti fondamentali della
tradizione moderna del pensiero politico. Certo, quando mi è stato proposto
dall’amico Tedesco di trattare del “Manifesto del Partito Comunista”, ho
accettato di istinto, senza discutere, per ragioni affettive, poi mi sono
preoccupato perché certamente è un testo su cui è difficile oggi svolgere una
relazione o una ricerca,innanzitutto per l’enorme quantità di lavoro scientifico
che vi è stato già dedicato.
Quindi, una strada poteva
essere quella di ripercorre l’aspetto storico, quindi, la contestualizzazione
storica del Manifesto, ma è una strada certamente, non solo, ampiamente
battuta, ma che richiede un lavoro di analisi di un seminario, magari, più
lungo, per ricostruire tutti i tasselli del contesto storico in cui inserire il
Manifesto del Partito Comunista.
Un’altra possibilità
sarebbe stata quella di inserire il Manifesto nell’intero sviluppo del pensiero
di Marx e di Engels.
Un’altra ancora sarebbe
stata quella di vedere la fortuna del Manifesto, o meglio la fortuna e la
sfortuna, la storia successiva al Manifesto.
Tutte e tre queste strade
potevano essere poi seguite in due modi, o attraverso un confronto con la letteratura secondaria e con l’enorme lavoro
che i marxismi hanno fatto a partire dall’anno dopo la pubblicazione del Manifesto, oppure, invece, una riflessione
più interna, ermeneutica, ai testi di Marx e di Engels.
Ho pensato, invece, e forse
ho risposto alla provocazione che mi faceva Nello de Bellis, di seguire
un’altra strada quella di interrogarmi insieme a voi sull’impatto che può dare
oggi la lettura di un testo come il Manifesto e più in generale una riflessione
sul nostro rapporto con Marx. È un “cane morto”, per usare un’espressione
riferita a Hegel?
Ancora una riflessione sul
comunismo: è uno spettro? Ricordate che la prima parola del Manifesto è questa:
“Uno spettro s’aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo.” Tremenda
quest’espressione, perché allora lo spettro non si riferiva al comunismo in
maniera passiva, ma attiva. Era il comunismo che faceva paura, era uno spettro
in questo senso. Oggi si può dire lo stesso, però in un significato opposto. E,
allora, il problema del comunismo, cioè, che cosa oggi può significare ancora
il comunismo.
Quindi ho scelto la strada
del confronto con i testi, ma in cui ne va più della mia esistenza e della
nostra esistenza, cioè, una strada di riflessione più personale, più attuale.
Anche perché penso che la riflessione scientifica su Marx sia andata talmente
avanti che ripeterla, oltre che difficile, nello spazio di una relazione,
sarebbe risultata un’operazione neutra, fredda. Invece, noi, da questo
confronto, vorremmo recuperare anche una corrente calda, non soltanto uno
spettro, ma anche un fascio di luce calda, non fare soltanto filologia.
Un certo marxismo, una
certa parte degli scritti di Marx, probabilmente, oggi possono essere soltanto
oggetto di storia, di filologia,
oggetto di una conoscenza retrospettiva. Però vediamo se c’è una piccola parte
che può ancora servirci. Io personalmente penso che questa parte sia ancora
ampia, forse non tanto nei contenuti di un progetto politico, legato ad una
situazione storica qual è il Manifesto, ma reperibile, soprattutto, nei
fondamenti, nei presupposti. Nella letteratura sul Manifesto c’è qualche testo
importante di studio teorico che si è soffermato sui fondamenti teorici e
filosofici del Manifesto. Io sono per recuperare questa dimensione dei
presupposti.
I presupposti sono
un’ontologia dell’umano. I presupposti del Manifesto, del comunismo, possono
essere ben ricondotti ad
un’antropologia, sia pure filosofica. Ma io voglio, provocatoriamente, usare
un’ espressione più forte, voglio parlare di
un’ontologia dell’uomo. Io penso che questo sia un contributo ancora
importante che può scaturire dall’incontro con Marx.
Il pensiero di Marx è stato
spesso individuato come un pensiero storicistico, uno storicismo assoluto.
Oppure, per altra lettura, è quello di considerarlo, invece, un’analisi
strutturale, quindi un’interpretazione di tipo strutturalistico. In Italia, per
restare vicino a noi, in effetti, si sono fronteggiati, fino agli anni ottanta,
poi il discorso è caduto, queste due linee di lettura. Lo storicismo
rappresentato da Nicola Badaloni e altri studiosi e anche da una tradizione
interna al Partito Comunista, come lo stesso Togliatti e quanti si sono
richiamati all’interpretazione di Togliatti. A margine voglio ricordare che non
va dimenticata l’opera di interpretazione del marxismo data da Togliatti.
L’altra interpretazione, quella strutturale, il cui referente era Althusser , ha trovato in Italia, nella
cosiddetta Scuola di Bari, in De
Giovanni e Vacca, il suo punto di riferimento. Queste due scuole si sono
misurate con ricadute anche su atteggiamenti politici, di linea politica, su
prospettive politiche.
Un’altra linea è quella,
invece, che io ritengo sia da riprendere: un’ontologia critica dell’umano. In
Marx noi abbiamo una concezione dell’uomo e del mondo umano che muove dalla
considerazione di tipo speculativo e ontologico, che ha che fare con l’essere
dell’uomo. Il che vuol dire, naturalmente, che una riflessione di tipo
ontologico, da un lato è sottratta all’immediato impatto del tempo e del mutamento
e, quindi, pretende ad una validità di carattere generale e universale, non
riferita ad una determinate area culturale, ad un tipo di cultura, né ad una epoca storica, ma pretende di
avere una validità e duratura universale, quindi la generalità. D’altra parte,
vuole anche presentarsi come una concezione dell’essere che non è detto debba
essere immobile.
Cioè, anche quando Marx pone in primo piano
la storicità della natura dell’uomo, la sua resta un’ontologia. Non perché
riconosce la storicità della natura umana, la sua teoria non ha a che fare con
il discorso intorno all’essere. L’essere dell’uomo è l’essere storico. È questo
un punto fondamentale, perché, evidentemente, riconduce il pensiero di Marx al
pensiero di Hegel. E abbiamo una tradizione di interpretazione del pensiero di
Marx molto forte in questa direzione e che credo che sia la più vicina anche
alla sensibilità del pensiero moderno e tardo moderno che mette insieme autori
come Ernst Bloch ed Herbert Marcuse. Soprattutto il Marcuse che ha scritto uno
dei primi libri sui Manoscritti economico filosofici del 1844, nel ’32,
praticamente subito dopo la loro prima pubblicazione, e Ernst Bloch che, sia
con la sua piccola monografia su Marx, ma, soprattutto, con Soggetto e Oggetto,
e con Principio Speranza, ha portato il marxismo a una grande altezza
speculativa. Quindi un’ontologia dell’umano.
Ho subito richiamato la vostra attenzione sul tema della storicità,
perché dicendo ontologia si può oggettivamente pensare ad una sorta di
immobilizzazione o di congelamento di tipo metafisico.
L’ontologia dell’umano è il riconoscimento e la comprensione del
carattere insieme storico e naturale della natura umana, natura e storia. Ma quando noi diciamo
natura ci riferiamo a delle costanti, cioè, il riferimento alla storicità
dell’uomo non implica la negazione di alcune strutture costanti che organizzano
la realtà umana, il rapporto uomo – mondo e, quindi, la cultura come il luogo
dove questo rapporto si struttura e si definisce.
Quindi, quali sono i momenti
fondamentali di questa ontologia dell’uomo? Io credo che da questo punto di
vista vada tenuto presente all’interno
dei “Manoscritti”, soprattutto il frammento intitolato “il lavoro alienato”.
Qui troviamo una serie di indicazioni fondamentali per questa ontologia
dell’uomo. Un altro testo
fondamentale da questo punto di vista è “proprietà privata e lavoro”, e poi c’è
anche il testo dedicato a Hegel, “la
critica della dialettica e della filosofia hegeliana in generale” (piuttosto
che non la “critica della filosofia del diritto” che ha un rilevanza più
specifica sul problema politico e dello Stato).
Qual è il punto
fondamentale che costituisce, ancora oggi, una chiave di volta per la
comprensione dell’uomo? Il punto fondamentale è il concetto di lavoro (Arbeit)
che è legato strettamente all’idea dell’agire, del fare, volto
all’oggettivazione del pensiero, inteso così come lo intende Cartesio, nel
senso non soltanto dell’intelletto, ma anche della volontà e del desiderio. Non
vorrei usare il termine hegeliano di “spirito” per tenerlo distinto, ma è, in
effetti, l’oggettivazione di ciò che costituisce il superamento dell’elemento
puramente naturale, dato, immediato, attraverso il lavoro.
Il lavoro è il processo di
oggettivazione e, quindi, di riconoscimento, perché è nell’oggetto che io posso
riconoscere ciò che è il prodotto della dimensione specificamente umana che
chiamiamo pensiero, volendo indicare con questo il movimento attraverso il
quale l’uomo, a differenza di altri esseri viventi, supera e mette a distanza e
trasforma e trasfigura l’esistente in quanto immediatamente dato,
immediatamente presente e l’oggettiva, cioè, ne fa una seconda natura. Il
lavoro come l’essenza stessa della “natura”
umana, natura tra virgolette perché questa natura non è qualcosa di già
dato, di assolutamente compiuto, ma è processo, trasformazione, mutamento. Ma
l’essenza è il lavoro. Cioè, quello che in Hegel si era compiuto, vale a dire,
la coniugazione tra il concetto cristiano dello spirito, del Geist, e il concetto di lavoro come
trasformazione, in Marx si concentra, si consolida, nel concetto di lavoro che,
quindi, non ha un significato puramente economico, ma ha un significato
ontologico o antropologico: il senso dell’uomo è il lavoro, come processo di
distacco dall’immediatezza naturale, come apertura al nuovo, come
progettualità, come uscita dalla chiusura singolaristica, egoistica,
dall’organismo che fa tutt’uno con l’ambiente, ma resta chiuso in se
stesso. Invece apertura che vuol dire,
attraverso l’oggettivazione, comunicazione con altri e, quindi, la natura
sociale. Avendo individuato nel lavoro
l’essenza della natura umana, ne viene di conseguenza immediata la natura
sociale, il carattere intersoggettivo, la natura comunicativa dell’uomo. Quindi
un’ontologia dell’uomo e del mondo umano, in cui lavoro e socialità
costituiscono, almeno per quanto mi sembra di poter ricavare dal testo di Marx,
gli elementi caratterizzanti. Di qui derivano altre conseguenze, sempre in
ordine alla concezione dell’uomo e del mondo umano. Il lavoro è tale in quanto
implica un processo di negazione della natura, di trasfigurazione della natura,
ma implica anche un legame costante con la natura. Qui Marx faceva tesoro
dell’analisi, da lui studiata, del capitolo IV della Fenomenologia dello
Spirito di Hegel , la figura dell’Autocoscienza e in modo
particolare la figura della “signoria – servitù”. In realtà qualsiasi essere vivente è spinto a entrare in
rapporto con l’ambiente, consumarlo e impadronirsene e in Hegel tutto questo
viene chiamato desiderio. Ma nell’uomo anche il desiderio non rappresenta il
punto di arrivo, perché nel desiderare l’altro io resto in qualche modo sempre
dipendente dall’oggetto del desiderio, non lo trasformo, ma lo consumo soltanto
e una volta consumato, il desiderio si
ripropone. Invece, nel lavoro l’oggetto viene ad assumere una forma che il
soggetto stesso gli conferisce e in cui il soggetto stesso si riconosce. La
coscienza si riconosce nei segni che riesce a produrre sul legno o sulla
pietra, la scultura, ma anche l’artefatto, qualsiasi strumento: tutto questo è
espressione di quello che fa la differenza e che possiamo indicare con il
termine pensiero o mente, o spirito, secondo una accezione tradizionale, ma è
questo movimento di togliere l’immediato e di dare significati, sensi, forme in
cui l’uomo, la soggettività si riconosce, ma, non solo, comunica anche attraverso questa
oggettivazione con altri soggetti e probabilmente scopre che ciò che proietta
sulla natura, in realtà, è qualcosa che è già condiviso con altri, e scopre che
il suo fondamento ultimo è sociale, comunitario, e non individualistico.
Allora, il lavoro diventa l’essenza. Ma qui interviene anche la parte che poi
consente a Marx di fare l’analisi ontologica che serve per comprendere i processi sociali ed
economici.
C’è il grande teme
dell’alienazione, di una oggettivazione che in determinate situazioni di
rapporti sociali e di produzione diventa alienazione. E il lavoro alienato è precisamente
il lavoro quale si struttura e si configura nel sistema capitalistico, in
particolare nello stesso sistema capitalistico borghese che rappresenta per
Marx, qui bisogna stare attenti, un
punto alto di sviluppo, lavoro alienato che non è soltanto una patologia del
processo economico, ma è una patologia
dell’uomo e quindi è, come dire, una messa in questione della natura, della
stessa natura.
Quindi il lavoro come
essenza dell’uomo, il lavoro alienato come tradimento dell’essenza dell’uomo.
Quindi tutte le situazioni in cui si determina una modalità del lavoro che
porta il soggetto, quindi l’uomo, a non riconoscersi nel prodotto del proprio
lavoro, a non partecipare al senso del lavoro e dell’oggettivazione, produce
una situazione di alienazione, di perdita del senso dell’umano, di
sfruttamento, una situazione che, evidentemente, esige un processo di
liberazione e di emancipazione. E’ proprio dalla concezione che Marx ha
dell’essenza della natura umana, è da questo fondamento ontologico che scaturisce
il criterio di comprensione e di valutazione della realtà umana nelle diverse
situazioni storiche. In questo senso, allora, la storia universale dal punto di
vista di Marx è la storia di un processo di alienazioni che hanno
caratterizzato dalle origini la società umana. In Marx non c’è l’idea del
Giusnaturalismo di origine stoica, ma anche cristiana, cioè l’idea di una
caduta, di un’età dell’oro, di un principio, di un’origine da cui l’uomo si è
allontanato per poi tornarvi. No, in Marx c’è solo il futuro e questo è il
grande rovesciamento, la differenza con Hegel in cui l’essenza è rappresentata,
in qualche modo, da quel passato che deve ritornare. Questa è la grande
differenza rispetto a Heidegger e a
tutta la corrente ermeneutica che deriva da Heidegger. “Il recupero
dell’originario”: non c’è l’originario, perché se l’essenza dell’uomo è il
lavoro, l’uomo non si è ancora compiuto secondo i suo progetto. Non c’è stata
un’età dell’oro dalla quale siamo caduti né un polis antica da ricostruire, il
sogno dell’Ellade germanizzata del protoromanticismo In Marx non c’è più.
Dobbiamo andare verso il futuro, quindi è tutto proiettato sul futuro.
Il novum, questo è il senso
dell’ontologia marxiana, dal momento
che non c’è una natura già data, ma la natura è il lavoro e il continuo
trasformare ciò che è immediatamente presente, esistente, e conferire un senso
nuovo a questo che già c’è. Allora non c’è qualcosa che dobbiamo
ripristinare, ma dobbiamo emanciparci
da tutto ciò che ha creato una situazione di alienazione, una situazione di non
possibilità di oggettivazione dell’uomo e di riconoscimento dell’uomo in ciò
che è il prodotto della sua oggettivazione.
Facendo un salto logico,
per ragioni di tempo, un po’ brusco, nella situazione storica di fronte alla
quale Marx si trova, lo sviluppo capitalistico moderno ha prodotto, in forme
complesse e articolate, forme di alienazione che sono riconducibili alla
mancanza di un lavoro libero e, quindi, al rapporto di assoggettamento del
lavoro umano al capitale e qui si inserisce la dialettica lavoro – capitale,
dal momento che Marx interpreta il capitalismo come quel processo di
organizzazione della trasformazione del mondo, della natura, che è compito ed obiettivo dell’uomo, ma in modo che vi sia una separazione tra coloro
che operano e che lavorano, che sono gli operai o i lavoratori in genere, e
coloro che, invece, utilizzano il prodotto del lavoro, attraverso lo
sfruttamento del sistema del mercato e, quindi, attraverso la riduzione del
prodotto del lavoro a merce, ma anche dello stesso lavoratore ridotto a merce,
quindi il processo di mercificazione. La dialettica capitale – lavoro è il
processo di mercificazione.
E questa situazione di
alienazione, di assoluta perdita di senso per una massa sempre crescente di
lavoratori si complica, perché il rapporto capitale – lavoro viene ad essere
orientato da un nuovo termine che si inserisce con il progresso della scienza e
della tecnologia che scaturisce dalla scienza moderna. Il terzo elemento
determinante è la macchina, il lavoro di macchina che l rende il lavoro meccanico e quindi tale che in esso e nel suo
prodotto l’uomo non riconosce la propria essenza di soggetto che dà senso e
significato, trasforma e trasfigura il dato immediato della natura, lo
umanizza. Ma il lavoro di macchina determina la restrizione della domanda di
lavoro e l’aumento di offerta da parte dei lavoratori e quindi crea le
condizioni per un ulteriore scarto del capitalismo rispetto a quella massa di
lavoratori che, adesso, Marx identifica con il
proletariato. C’è, quindi, un doppio effetto della tecnica: un effetto
che riguarda la qualità del lavoro e, quindi, l’alienazione nel lavoro stesso,
ma c’è poi un effetto ancora più rovinoso che è quello di ridurre l’esigenza
del lavoro stesso e, quindi, di produrre una situazione di indebolimento della
classe. La dialettica capitale – lavoro è anche all’origine della divisione del
lavoro e quindi delle classi. Questi sono, in maniera molto schematica, alcuni
dei presupposti che noi dobbiamo tenere presente quando prendiamo in mano il Manifesto oggi.
Allora, primo problema. Il
primo è di carattere positivo rispetto alla lettura del Manifesto: queste
categorie del pensiero di Marx ci consentono di interpretare, oggi, una serie
di fenomeni e di interpretare la
condizione dell’uomo contemporaneo.
Prendiamo alcune grandi
raffigurazioni della condizione umana nel Novecento: gli anni trenta. C’è un
anno emblematico, 1930-31. Horkheimer, Jaspers, Hiedegger stesso: tutti mettono
in luce l’uomo - massa, la perdita dell’umanità nella “folla solitaria”,
potremmo dire, il dominio della tecnica e quindi il processo di
disumanizzazione e di distrazione anche dalla partecipazione alla vita dello
Stato e, quindi, di creazione delle condizioni che portano poi al totalitarismo,
all’età delle dittature. Questo è un processo che non riguarda solo quegli
anni, ma che poi ha assunto oggi, in tutto lo sviluppo successivo del
Novecento, fino ai nostri primi anni del duemila, forme molte più complesse e
più sofisticate, dove, però, l’elemento fondamentale è questo processo di
alienazione e di disumanizzazione, questa perdita del soggetto, questa
difficoltà ad identificarsi.
Poi c’è il problema dello
sfruttamento, connesso ai problemi legati alla dialettica tra il mercato, nel suo rapporto con la produzione
e lo sviluppo, e tutto ciò che è residuo di questo processo. Da questo punto di
vista ritengo che le categorie del pensiero marxiano ci aiutano a farci
comprendere che la progettazione costituisce il senso del nostro vivere. La prospettiva,
la speranza, la trasformazione, ci aiutano quando ci fanno vedere che, in
realtà, la nostra natura non è singola, ma sociale e che al nostro fondamento
vi è la comunità che si esprime nei
rapporti e nelle relazioni reciproche. Ci fa capire che è in errore, come dice
Marx, l’economia borghese che pone l’individuo alla sua base, con le sue
iniziative singole. Sono tutti elementi che ci aiutano a comprendere la nostra
esistenza.
Qual è il punto che rende
difficile la lettura del Manifesto oggi? È la difficoltà di identificare le
classi e la loro conflittualità, temi
che sono alla base di tutta la
prima parte del Manifesto. Oggi è difficile comprendere la nostra realtà economica
e politica in termini di conflitto di classe ed è difficile l’identificazione delle classi.
Questo però è dovuto ad una
nuova identificazione sociale. Noi oggi parliamo di un nuovo rapporto tra
capitale e lavoro, tra tecnica e produzione e della diversificazione che è
avvenuta nell’ambito del concetto di lavoro stesso.
Cosa possiamo ricavare oggi
da questa visione della storia come conflitto tra borghesia e proletariato? Probabilmente possiamo
ricavare la consapevolezza che la società e la cultura, persino la stessa
religione, oggi sono profondamente
cambiati.
Bisogna tenere presente la
contestualizzazione dell’epoca del Manifesto, legato al momento storico
della lega dei Comunisti, al momento
storico della grande industria che si andava sviluppando negli anni quaranta,
soprattutto, in Germania, perché è con gli anni quaranta che in Germania crolla
il mondo feudale; quel che in Francia e Inghilterra era accaduto già alla fine
del Settecento, in Germania comincia ad attuarsi negli anni quaranta
dell’800. Ma Marx conosceva bene la
realtà inglese e, quindi, è chiaro che il suo discorso è di ampio respiro.
Però, quel che resta, malgrado questa difficoltà che deriva dalla
contestualità, dalla storicizzazione del Manifesto, quello che resta è questa
consapevolezza che oggi a me sembra più fortemente valida, cioè, il primato
della struttura. In una forma nuova.
Molti dei nostri processi
sono guidati, inconsapevolmente molte volte, alle spalle, per così dire, da processi economici. Ma dov’è la novità? È
che i processi economici, oggi, non
sono riportabili a leggi oggettive, a processi meccanici, come quelli che, in
fondo, Marx vedeva nello sviluppo del capitalismo, per cui inevitabilmente il
Capitalismo, attraverso l’attuazione stessa delle leggi che lo avevano portato ad affermarsi, era destinato a
crollare.
Perché oggi l’economico è
oggetto di scelta è, soprattutto, legato al controllo dei desideri, al
controllo delle scelte, dei comportamenti, alla grande suggestione che
attraversa il mondo globale del mercato, dove è stato messo dentro
nell’economico anche tutto ciò che è ascrivibile piuttosto alla sovrastruttura
che non alla struttura.
Cioè, paradossalmente, nel
momento in cui si è ritenuto che fosse tempo di mettere Marx in soffitta, forse
si è verificato per la prima volta in maniera reale il dominio dell’economico,
della struttura sulla sovrastruttura e la difficoltà del pensiero, delle
esperienze artistiche e religiose e della politica di governare l’economia. Noi
non riusciamo a governare l’economia, cosa che, invece, attraverso il pensiero
del conflitto borghesia – proletariato, Marx, ma non soltanto Marx in quel
momento storico, riteneva di poter
fare. E in parte ha fatto.
Si diceva prima: non è
facile identificare le classi. E non è facile identificare una classe come
soggetto del movimento storico. Per esempio,
Marx parla dell’operaio. Oggi di
fatto è solo una minoranza che può considerarsi sotto questo termine. Non
solo, ma l’operaio di fabbrica non è il soggetto che ha interesse a
rovesciare il sistema, perché, attraverso le sue lotte, le sue conquiste, ha
raggiunto una situazione in cui ha l’esigenza di riformare, di correggere, ma non certo di rovesciare il
sistema. Oggi ci sono altri soggetti
deboli. Sono gli stessi operai di fabbrica nel momento in cui la disoccupazione
in alcune zone della mondo aumenta. Ma sono tanti altri soggetti che non hanno
conosciuto l’esperienza della fabbrica o più in generale del lavoro.
E poi c’è un problema più
ampio. L’ottica di Marx è certamente un ottica generica perché Marx ha sempre
parlato dell’uomo come ente generico, ha sempre avuto una dimensione
internazionale. Il primo tentativo sta
proprio nel Manifesto. Nel Manifesto l’ultima frase è “operai, proletari di
tutto il mondo unitevi”, quindi fondamentale
è la dimensione internazionale. Però naturalmente dal punto di vista delle
esperienze significative che Marx aveva presente e che costituivano le linee
guide, per così dire, era certamente determinato della realtà sostanzialmente
europea, Inghilterra, Francia, Germania. Mentre oggi noi abbiamo un mondo
estremamente diversificato e i proletari, quelli che qui sono i proletari, sono
difficili da identificare come classe dotata di una determinata caratteristica.
Attenzione poi, perché in Marx c’è una distinzione tra proletariato e
sottoproletariato. E a me non piace molto come Marx ed Engels trattano i
sottoproletari in questo testo, con accento molto negativo, perché ritengono
che si lasciano convincere in quanto sono i più deboli . In una certa misura
anche oggi è così, essi non propongono
un nuovo conflitto di classe. Tuttavia non li si può condannare e lasciare al
margine, specialmente oggi, perché è proprio al loro livello che esplodono le
contraddizioni della economia globalizzata.
Al problema
dell’identificazione della classe
rivoluzionaria oggi è difficile
dare una risposta. Più in generale è difficile identificare i nuovi soggetti
portatori della trasformazione.
E poi, si può parlare di
conflitto? E ancora. La politica si deve necessariamente concepire in termine
di conflitti? Se stiamo all’interno di
un sistema dobbiamo intendere la politica anche come mediazione, come consenso,
come capacità di trovare delle forme di superamento e dialogo.
Un altro punto è il
capitalismo. Per Marx è un soggetto che va incontro al deperimento, è una
figura che sta per essere superata. Il capitalismo si è difeso, si è
rilanciato, si è riprodotto, è risorto dalle ceneri, anche quando ha avuto
delle grandi crisi, questo lo dobbiamo assumere come un dato di fatto, non
tanto come un errore di Marx.
Possiamo pensare ad un
mondo diverso da quello capitalistico? Che il mondo non sia un grande mercato?
Si può uscire dal capitalismo? Sono domande importanti, perché tutto il
Manifesto si fonda sull’uscita dal capitalismo.
Un altro punto che mi ha
inquietato, rileggendolo. Marx dice noi dobbiamo allearci con la borghesia, con
la democrazia, nei paesi dove non si è
compiuta ancora la rivoluzione borghese dobbiamo collaborare, perché la vecchia
struttura feudale, patriarcale e aristocratica venga abbattuta e si
stabiliscano delle repubbliche o Stati borghesi - liberali. Quindi, noi
Comunisti dobbiamo schierarci con loro, dice Marx. Come dobbiamo schierarci con
quelle forme di socialismo aristocratico che fanno delle rivoluzioni in certi
paesi in nome di una società patriarcale e, addirittura precapitalistica,
perché mettono, comunque, in questione il vecchio sistema di potere.
Ma quello che mi inquieta è
il rapporto con la democrazia. Sembra nel Manifesto che per Marx anche
l’accettazione della democrazia sia momentanea, temporanea. Qui si tratta di
capire bene perché.
Perché un’accettazione
temporanea della democrazia? Quale democrazia? Certamente la democrazia
borghese, liberale, rappresentativa, di uno Stato caratterizzato ancora dal
conflitto di classe. Certo se pensiamo ad uno Stato senza conflitto di classe e
quindi uno Stato in cui gli uomini sono liberati, emancipati e si
pongono in un rapporto sociale in cui tutti esprimono le loro
potenzialità , allora un sistema democratico, rappresentativo di forze che
devono stabilire degli equilibri e, comunque, gestire il potere attraverso
questi equilibri, può essere superato.
Ma che tipo di regime, di
società è una società senza Stato? È la società delle autonomie e del governo
mondiale? È quella prefigurata da una certa fine dello Stato nazionale e quindi
di grandi Stati, diciamo, regionali nel mondo e poi i federalismi locali? Che
cosa può significare un società senza Stato? Questa è un’altra domanda.
E ancora. Nel Manifesto un
altro punto importante credo sia quello che riguarda il comunismo. Qui c’è una
polemica violenta di Marx ed Engels contro la famiglia, contro
un’organizzazione della cultura, anche
dell’istruzione, che sia affidata
soltanto alle classi dominanti. Qui finché si riferisce ad una situazione di
dominio di un ceto sopra un altro, senza una capacità di progettazione,
questo è un tema forte da rilanciare
anche oggi, penso alla scuola, all’università e alla ricerca.
Però c’è, per esempio, il
problema della famiglia, la comunanza delle donne, che a un certo punto appare.
C’è una contraddizione, da una parte c’è un passo molto forte per la
liberazione della donna. Poi in un altro passo, dove la donna ridiventa
strumento, ridiventa oggetto. Lì è difficile leggere perché lo possiamo leggere
solo come una forma critica, fortemente satirica verso la concezione borghese
della famiglia nell’Ottocento, contro
l’ipocrisia e tutto ciò che c’era dietro l’idillio del matrimonio allora. Ma il
problema della famiglia , del rapporto trai i coniugi , tra i genitori e i
figli, in effetti non viene posto in termini accettabili. Così come non c’è una vera e propria emancipazione
della donna nel Manifesto. Oggi è invece un tema che va posto in termini nuovi
di soggettività femminile, di protagonismo,
che significa anche un tipo di modello di società diversa da quella che,
forse, il soggetto maschile ha contribuito, soprattutto, a costruire.
Allora, diciamo che il
Manifesto è - almeno questo mi sentirei di dire - un testo che ci fornisce
categorie di comprensione dell’uomo come ente generico, cioè categorie
ontologiche. Storicità, centralità del lavoro, essenza del lavoro, prevalenza
del futuro, e qui la tradizione ebraico – cristiana, escatologica, è presente
in Marx . Quindi, prevalenza del futuro,
del progetto, del non ancora,
dirà Bloch, molto bene, rispetto all’esistente, al dato, al quietismo di una
natura immobile. Posizioni in termini nuovi del concetto di dignità dell’uomo
come liberazione delle potenzialità di ciascuno. Ancora: individuazione del
primato dell’economico e lotta contro il primato dell’economico, perché è il
primato di un meccanismo rispetto all’attività creativa e, comunque, porta con
sé la mercificazione e l’alienazione. L’analisi marxiana ci aiuta a capire
questi processi.
Poi c’è, certamente, tutto quello
che è legato alla cultura del tempo e c’è, soprattutto, il fatto che quel
conflitto di classe e la riduzione del conflitto di classe alla grande
opposizione tra borghesia e proletariato non ha trovato nel processo storico
quell’esito che voleva essere
scientifico, meccanico, che Marx
riteneva potesse accadere.
Il Comunismo resta credo il
valore che noi dobbiamo trarre, ma nel senso del riconoscimento dell’origine
comunitaria dell’uomo. C’è tutto una parte che riguarda le libertà del soggetto
che qui non cito e che noi non possiamo, però, non immettere nel nostro - tra
virgolette - comunismo del futuro o del
presente.