CONFERENZA DI REMO BODEI: DESTINI PERSONALI, L’ETA’ DELLA COLONIZZAZIONE DELLE COSCIENZE
(Trascrizione e redazione
sono state eseguite a cura della S.F.I. di Salerno. Pertanto, gli eventuali errori
di sostanza e di forma, contenuti nel testo,
sono da attribuire interamente agli operatori della SFI e non all’autore
che non ha proceduto ad alcuna correzione dello scritto di seguito riportato.)
Intanto ringrazio la
libreria Feltrinelli, la Società filosofica della sezione di Salerno e
l'Associazione Punto Rosso. Ma, soprattutto, sento un debito di gratitudine
intellettuale e affettiva nei confronti di questi che sono colleghi e, malgrado
ciò, amici. Con loro ho una lunga frequentazione e mi hanno fatto il regalo di guardare al libro non soltanto
seguendo il pelo ma, anche, soprattutto, Enzo Vitiello, il contropelo.
Un'analisi accurata dà
sempre piacere, perché i libri crescono con i loro lettori e quando io ero
studente ad Heidelberg e seguivo i corsi di Gadamer c'erano lunghe discussioni
intorno al tema inerente al fatto se sia vero o meno che l'autore sia l'ultimo
a capirsi. Ora io devo confessare che questo libro non l'ho scritto in trance,
quindi, penso di aver capito quello che scrivevo. Ma è anche vero che tutto ciò
che mi dicono gli altri, che lo hanno letto, rivela a me stesso delle cose che
avevo pensato o in maniera sfocata o che non avevo pensato affatto che magari
non condivido, ma che, comunque, arricchiscono moltissimo questo testo. Perché
se uno avesse tempo e voglia e fosse un personaggio come l'Ariosto, che
lasciava la copia del Orlando furioso fuori dalla porta di modo che
tutti i suoi ospiti mettessero correzioni e osservazioni, cosa che mi guardo
bene da fare per non vessare chiunque mi venga trovare e perché non sono
l'Ariosto, un libro avrebbe una durata infinita. Invece, per fortuna, habent
sua facta libelli e vanno per conto loro.
Allora voglio cercare di
rispondere alle vostre sollecitazioni e anche di fare una dichiarazione
d'intenti, cioè, di dirvi, cercando anche di capire quello che ho fatto, ormai
dall'esterno, perché il libro va per conto suo, quale erano le mie intenzioni
nello scriverlo e quali sono le risposte che sul momento vi posso dare. Per il
resto come si dice a Roma, prendo incarto e porto a casa e rifletterò, su
quanto avete detto.
Intanto, io sono partito,
anche in questo momento, guardando ciascuno di voi, i vostri visi e voi,
probabilmente, guardando noi, dall'idea che il volto di ciascuno condensi nel
minimo di spazio un massimo di tempo, di storia e non soltanto come diceva la
“buonanima” di Shakspeare che le rughe sono come le trincee del tempo che ci
segnano, ma perché c'è una storia, un destino personale in ciascuno di noi. Noi
siamo diventati quello che siamo a partire da questa eredità non voluta, senza
testamento, si potrebbe dire, del corpo biologico. Il nostro sangue scorre, i
globuli bianchi accorrono ad ogni infezione e si immolano per noi, senza che
noi glielo chiediamo, i succhi gastrici funzionano, tutte le secrezioni
corporee, più o meno, entrano in funzione, ma noi non ci mettiamo nessuna
intenzione, nessuna volontà.
Noi siamo, quindi, il frutto
di potenze anonime. Il corpo parla per conto suo, e la mente, come, per così
dire, le salmerie nell'esercito, segue e siamo anche il risultato di potenze
anonime che sono quelle della lingua, delle istituzioni, della cultura in
generale.
Quello che ho cercato di
fare è di non trasformare l'individuo in un feticcio, cioè, qualcosa che esiste
indipendentemente da ciò che lo plasma e di non pensare alle istituzioni, alla
lingua, alla cultura come a dei semplici stampi per fare dei biscotti.
L'individuo è un processo,
l'individualità è un processo. Questo processo è, nello stesso tempo, un
processo storico e un processo di forme e, quindi, è un processo teorico.
Giuseppe Cacciatore ha notato, giustamente, e questo mi fa piacere perché è
nelle mie intenzioni metodologiche, che io cerco di non disgiungere la teoria
dalla storia, ma, intendendo sia la teoria sia la storia in modi specifici. Io
non sono di quelli che, almeno quando scrivo, tratta la storia della filosofia
come una semplice raccolta di opinioni, per capire ciò che veramente hanno
detto Tizio e Caio. Questo mi sembra assolutamente preliminare. Prima si
capisce un autore cosa ha detto, poi si ragiona, altrimenti uno o cambia
mestiere o, comunque, fa lo storico in senso stretto. Però sono anche dell'idea
che non esistono categorie eterne, nel senso che valgono per ogni situazione,
ma tutte vanno tarate sulle condizioni specifiche e il concetto di
individualità, come il concetto di coscienza e il concetto di identità
personale, nascono in determinati periodi subiscono delle torsioni che però non
sono delle sfumature di grigio. Succede come nel caleidoscopio, si hanno dei
cambiamenti di struttura, cioè, ogni concetto assume un valore di posizione
all'interno di un dispositivo teorico.
E, quindi, io ho cominciato
a vedere il problema della individualità, dell'identità personale, a partire da
una data precisa che è simbolica, ma è anche storicamente determinata: il 1694
che è l'anno della seconda edizione del “Saggio sull'intelletto umano” di
Locke, quando Locke introduce e conia lui stesso questo termine, “personal
identity”, identità personale. Si stacca in questo da Cartesio, perché
Cartesio, seguendo una tradizione che è quella della metafisica classica, della
sostanza, è quella dell'idea cristiana di anima immortale, (lui stesso dichiara nell'introduzione alle
“Meditazioni metafisiche” che ha voluto difendere in maniera inattaccabile
l'idea dell'immortalità dell'anima e l'idea dell'esistenza di Dio come un
congiunto) resta attaccato all’idea che l'anima sia una sostanza, cioè, un
specie di sostrato permanente, un alveo su cui scorrono tutti i nostri vissuti,
non soltanto dalla nascita alla morte, ma anche dopo la morte.
L'anima, tradizionalmente, è
immortale, proprio perché è unica ed, essendo unica, è incorruttibile, perché
tutto ciò che è semplice non si decompone. È un atomo, o, appunto, come si
diceva nella logica e nella grammatica medievale, perché il termine deriva dal
medioevo, è individuum, un individuo, e, cioè, la traduzione dal greco “tomos”. Ma l'individuo era nel
medioevo, semplicemente, l'esponente singolo di una determinata categoria. Era,
ad esempio, il triangolo, o una rosa, non aveva nessun valore assiologico, non
era un bene essere un individuo.
È soltanto con Leibniz,
sostanzialmente, e poi successivamente, che l’individualità diventa un valore,
nel senso dell'unicità della persona e della sua irripetibilità e del valore
che ha in quanto è un esemplare irripetibile.
Locke l’ho preso come punto
di partenza in questo traguardo, cioè, l’ho contrapposto a Schopenhauer, perché
in Locke c'è il problema, Enzo, non
della memoria, c’è il problema del tempo, del tempo della caducità, della
durata nel tempo della “consciousness” altra parola nuova che usa Locke, parola
coniata appena qualche decennio prima è la durata della coscienza di sé nel
tempo. Dal momento che questa coscienza di sé è il risultato di una attività e
non è qualcosa di dato, ma di fatto, e Locke indirettamente la paragona alla
proprietà che non è frutto, nella polemica contro il modello di proprietà
feudale, di un’eredità, la proprietà è frutto del proprio lavoro e, quindi,
ognuno di noi in quanto coscienza, identità personale, è frutto del nostro
lavoro.
Le nostre idee, dice Locke,
con un tono barocco, (è stato ricordato il Vico barocco, ma c'è anche un Locke
barocco che sembra invece questo filosofo proto – illuminista), le nostre
idee muoiono come i nostri figlioli, il ricordo è quello di Erodoto che
dice che durante le guerre i figli muoiono prima dei padri. Se noi non le
rielaboriamo continuamente, non le ridipingiamo, finiscono per essere come quelle tombe di marmo o di metallo
in cui il tempo ha cancellato le scritte.
Quindi, per la prima volta appare un'idea di una
permanenza nel tempo dell'identità, soltanto se questa identità diventa frutto
di un lavoro.
E queste identità nel tempo non riguarda soltanto il
filo della memoria, ma riguarda anche “concern of” o la preoccupazione o la
cura, in latino, per il nostro futuro. La proiezione in avanti. Ed è appunto
l'amnesia ciò che porta alla distruzione del ricordo o, e questo è interessante, alla fine di speranze,
proiettate in avanti, che fa si che l'uomo perda la propria identità. Locke è
importante, perché, filosoficamente è questo, è l'accettazione, pur essendo un
uomo molto pio, che la sostanza è una categoria che non si può usare a livello
filosofico. Locke è importante, però, non soltanto a questo livello teorico, ma
anche a quello politico, perché è il valore dell'individualità che si crea da
se stesso che giustifica i diritti e la cittadinanza: l'autonomia. Locke,
quindi, è il fondatore di quell'individualismo liberale che poi ha avuto una
lunga tradizione. L'idea di libertà, quando la libertà aveva un senso, non era
una parola vuota. Per Locke nel Trattato sul governo la libertà è il
contrario della schiavitù, il non dipendere dagli altri.
E nel quarto libro del Saggio sull'intelletto
umano ci sono delle pagine bellissime sul fatto che gli uomini non debbono
essere condotti, come, purtroppo, molti lo sono per necessità economiche, al
pari dei cavalli che vanno al mercato e che fanno sempre la stessa strada e
portano dei pesi senza accorgersene. Vivono, diremmo oggi, col pilota
automatico innestato. Quindi, da un lato c'è la rivendicazione dell'identità
personale come sforzo, l'idea di essere titolare dei diritti contro lo Stato e
anche, potenzialmente, contro la Chiesa, dall'altra c'è l'idea
dell'autosovversione continua.
L'altro campo è Schopenhauer. Locke ha accettato il
tempo della caducità e scende dal piedistallo dell'eterno, io su questo ho
molto insistito, l'ho visto come una caratteristica della modernità. Ha
accettato di scendere dal piedistallo dell'eterno, vale a dire che ha accettato
non soltanto la mortalità, la finitezza, ma la labilità della coscienza, che
può esserci e non esserci, e le prove di incontro con la morte come sono quelle
del sonno senza sogni, il risvegliarsi e riprendere il filo che diventa sempre
difficile, anche se come diceva Proust, c'è come un omino di piombo che la
mattina ci riporta a quello che eravamo la sera prima, dopo aver vagato in
tanti travestimenti.
Schopenhauer è stato scelto, perché in Schopenhauer
c'è la negazione diametrale dell'identità personale, della coscienza, del
principio di individuazione. Dentro di noi
rimbomba una voce estranea dentro una cava sfera di vetro. Noi
pensiamo che, appunto, ciò che è più intimo in noi stessi, la coscienza,
l'identità, sia nostro. No non è nostro. È la volontà di vivere che parla in
noi. Si arriva delle cose che fanno quasi ridere, quando per dimostrare la
potenza della volontà di vivere Schopenhauer dice che lo sguardo di due
innamorati è uno sguardo "spermatico", nel senso che in realtà c'è
dietro il figliolo che vuole nascere e che li fa guardare in quel modo. E,
quindi, noi siamo guidati dal polo dei genitali che è l'espressione della
volontà di vivere e la coscienza che noi crediamo autonoma, cioè, il polo della
coscienza, non è altro, e l'immagine è di nuovo di Schopenhauer, che un
funzionario o un primo ministro che scrive sotto dettatura di quella sovrana
che è la volontà di vivere.
Quindi, in Schopenhauer c'è l'idea che le potenze
anonime dominano in noi e che la nostra coscienza, la nostra identità, è
un’illusione e che quel sentimento di eternità che c'è in noi non è dato dalla
volubile e volatile identità nostra, dal nostro Io, ma proprio da quest'idea
della nostra indistruttibilità in quanto apparteniamo a questo mondo a cui
appartengono tutti gli esseri, dalle piante alle formiche, fino all'uomo che
rappresentano questa volontà divisa in se stessa che combatte in se stessa.
C'è una pagina straordinaria di Schopenhauer, che
come Bergson, se state attenti alle note lo constaterete, le note vanno
guardate, scrive spesso, facendo riferimenti di carattere scientifico, cioè, vi
sono contenuti di carattere zoologico, biologico, botanico, dove parla della
formica australiana che se la tagliate in due una parti l’una combatte contro
l'altra, finché le due parti muoiono. Questo
è il simbolo per Schopenhauer del nostro mondo, della nostra interna
lacerazione.
Da questi due autori, sempre nelle mie intenzioni, io sono partito per
vedere, e in questo do ragione al mio amico Peppino Cacciatore, attraverso
questi due principi, tutte le loro combinazioni. Questi due estremi, questi due
segnavia non si riescono a eliminare, perché in ognuno di noi c'è l'alterità e
non soltanto l'Io o il non-Io, nel senso fichtiano. Noi non siamo individui nel
senso di avere questa completa padronanza, questa lucidità della coscienza di
fronte a noi stessi. Ci sono delle opacità.
Io ho indirettamente, pur nell'amore verso questi
personaggi, o proprio per questo, ho polemizzato contro quegli autori che
Ricouer chiama i “maestri del sospetto”, cioè Marx, Nietzsche e Freud. Coloro
che contro il primato idealistico della coscienza, intesa come “mosca
cocchiera” che guida gli eventi, hanno giustamente notato che esistono delle
forze alle nostre spalle che agiscono e che travalicano tutte le nostre
intenzioni.
Cominciando da Marx e in parte anche da Vico, gli
uomini fanno e non sanno per molti aspetti. Le forze economiche per Marx,
l'inconscio per Freud, il corpo per Nietzsche.
Però gli “stenterelli” del marxismo, del
nietzschianesimo e del fruedismo sono arrivati, per motivi politici, pensate
all'uso che è stato fatto di Marx nel periodo stalinista, o all'uso selvaggio
della psicanalisi o a certe interpretazioni di Nietzsche, al punto di trasformare queste forze come
una sorta di destino, come qualcosa di ineluttabile, di fronte alle quali noi
non possiamo fare niente.
Allora per me non si tratta di negare l'esistenza di
queste forze, ma, appunto, di decolonizzare la coscienza (dirò, poi, brevemente
che cos'è la colonizzazione), nel senso di recuperare questo spazio di
autonomia e di libertà che era quello
enunciato da Locke, senza però illuderci che, appunto, possa esistere un
Io, una coscienza, un'identità personale che possa diventare a sua volta, per
così dire, “mosca cocchiera”.
Per questo si tratta, usando un’espressione di Max Weber, di riprendere
i fili che tiene in mano il demone che traccia il nostro destino e, cioè, di
ricostruire in noi, e qua anche Dilthey è utile, la presenza di quelle potenze
che ci hanno plasmato e ci hanno fatto diventare ciascuno quello che è, quindi la lingua, le istituzioni, che non
vivono senza l'apporto degli individui, perché sono il risultato di azioni
individuali.
Sartre l’ha mostrato, a modo suo, nella “Critica
della ragione dialettica”. Una banconota da 100 franchi non è un pezzo di
carta, c’è tutta la società dentro la simbologia, ci sono le tradizioni. Un'istituzione come, non so, un
tribunale, la giurisprudenza, Dilthey arrivava a dire che anche la disposizione
degli alberi in un giardino, sono tutti risultati di attività umane. È proprio
questo processo continuo per cui questa soggettività che si forma a sua volta non
vive, in termini linguistici, come diceva De Saussure, ciascuno di noi non
innova quasi niente nella lingua, lo 0,0 al limite nel lessico famigliare. Noi
viviamo nella “langue”, però l'individuo ha “la parole”, cioè, ha questa
capacità per cui le lingue vivono. Le lingue vivono se ci sono individui che le
parlano, se ci sono soggettività che le presentano. Allora si tratta di vedere
di ricostruire queste cose.
Da qui ho cercato di trattare due linee che
proseguono idealmente Locke, da un lato, Schopenhauer, dall'altro, mostrandole
in tensione e mostrando come non si possa uscire dall'uno e dall'altro anche se
ogni volta va riformulata la posizione, e queste è quello che ho cercato di
fare da ultimo e che vorrei fare nel futuro, perché queste chiavi teoriche
sono, semplicemente, un accenno che spero di poter continuare e, invece, di un
trittico fare una pala d’altare.
Quindi due linee. Una che è quella in cui
l'individualità viene promossa e viene sviluppata e io ci metto dentro
Nietzsche, Proust, e Simmel, più alcune cose della sociologia americana con
autori non molto noti.
L'altra, invece, è una linea che prosegue da
Schopenhauer e che in parte è rappresentata da questi medici francesi Ribot,
Janet e Binet, in parte è rappresentata dalle vicende politiche, soprattutto,
della prima metà del 900, soprattutto,
attraverso la Psicologia delle folle di Le Bon e poi dai grandi
totalitarismi di destra e di sinistra, o come li vogliamo chiamare.
Quello che mi sembra nuovo, cioè, quello che io ho
fatto, ed è per questo che Nietzsche, e l’ho detto all'inizio, è trattato solo
in un'ottica riduttiva, come qualcuno che riprende le posizioni di questi
medici filosofi (lui ha dichiarato che da quando è andata via da Basilea, per
dieci, dodici anni, ha letto solo libri di fisiologia, di medicina, di
citologia), è di aver individuato una storia strana, che ho cercato di
dipanare, che parte da un luogo impensabile, insospettabile, cioè, dalla
citologia, dalla teoria delle cellule, da quando nel 1839, per l'esattezza, due
botanici tedeschi, Schleiden e Schwann, scoprono che la cellula non è una
piccola cella ,cioè, non è qualcosa di vuoto tra gli interstizi del pieno, ma è
un pieno, e, poi si vedrà, ha un nucleo. In base a ciò, si è giunti alla considerazione che, quindi,
e qui c’è un errore che ha provocato delle conseguenze anche positive, non
sempre gli errori sono delle disgrazie, ogni cellula sia un individuo, per cui
gli organismi pluricellulari come siamo noi, che abbiamo circa 100 miliardi di
cellule, questi organismi, sono delle colonie di cellule, di individui. Noi
siamo come i polipi corallini, quegli animaletti da cui si forma il corallo,
cioè, quelle specie di fiorellini che si muovono, ondeggiando con le onde e che
se voi andate nelle barriere coralline e ne toccate uno misteriosamente se ne
muovono migliaia a distanza. Sembra che non comunichino, ma in realtà ci sono
come dei tubicini sottilissimi connessi tra loro. Ciò pose il problema negli
anni 60 dell'800 di come le cellule possono comunicare tra loro. Quindi, il
sistema nervoso centrale, quindi il cervello.
Questi medici filosofi hanno avuto il colpo di genio
di trasportare il modello delle colonie di cellule nel campo della mente e
della psicopatologia. Cioè, come a dire, che noi non siamo uno, non abbiamo
un'anima, ma che noi siamo plurimi, siamo un arcipelago di “îlots de
coscience”, “isolotti di coscienza”, che si coordinano tra di loro, crescendo
in modo che ci sia un io egemone, una specie di presidente del consiglio di un
Luigi XIV dell’ Io, un “Moi Soleil”, che li tiene insieme.
Però questo governo centrale è fragile e, quindi,
succede che molte volte ci sia una ribellione di questi io satelliti che
detronizza l’Io egemone e lo sostituisce.
Per cui la follia non è schizofrenia, nel senso
etimologico di sxÛzein, di spaccare qualcosa che è unito, ma è un ritorno alla pluralità
originaria. Per cui Janet contava una paziente che aveva 16 personalità, poi la
cosa è arrivata anche al cinema. Negli Stati Uniti nel 1960 c’è stato il primo
processo dove l’imputato fu assolto, perché aveva circa 23 personalità, 13 in
servizio permanente effettivo e 10 dismesse e avevo ucciso con una di queste.
Oggi è tornato nei manuali psichiatrici la sindrome delle personalità multiple.
C'è l'idea, quindi, di un “autocontrollo”, diciamo
così, “debole”. Questi signori sono stati praticamente dimenticati. Ribot viene
ricordato più come un cavallo che come un medico filosofo. L'unico che viene
ricordato di più è Binet, perché è l'inventore del quoziente di intelligenza,
soprattutto nell'ambito della psicologia infantile è molto noto. Janet a noi è
noto, soprattutto, forse non lo sapete, attraverso Hitchcock, perché fu
l'inventore del dramma manicomiale e, quindi, Psycho non ci sarebbe stato se il
giovane Hitchcock non avesse visto i drammi manicomiali di Janet che erano come
quelli di Agatha Christie. La Trappola per topi è stata replicata per
ben vent'anni.
Questi signori non sono noti, ma senza di loro non
ci sarebbero stati né Pirandello, né Freud, né Bergson e nemmeno tutti gli sviluppi successivi.
Il mio sforzo è stato, quindi, teoricamente, quello
di vedere come a partire da questa pluralità, da questa scissione, da questa
modernità, da queste elemento di disgregazione si sia cercato, da un lato, di
vedere quest'aspetto come una ricchezza ed è il caso di Simmel, in cui
l'individuo è come una combinazione di una cassaforte. Cioè, mentre prima
ciascuno di noi viveva in società chiuse, dentro anelli concentrici che un po'
lo strozzavano, c'era l'individuo, poi c'era la famiglia, poi c'era la
corporazione, poi c'era la chiesa, poi c'era lo stato, oggi noi viviamo in una
sorta di individualità eccentriche che si montano come pezzi di Lego, di
Meccano. I pezzi sono dati, ma la combinazione, come nelle casseforti, è
nostra. E quindi noi componiamo la nostra identità attraverso questa ricchezza
che è data dalla possibilità di incontrare più sfere sociali, di partecipare a
più mondi vitali. Questa è la ricchezza. Poi c'è quel punto che tu (Vitiello)
accennavi, cioè, la tecnica. Quando lui (Simmel) parla della macchina da
cucire, inventata nel 1864 dal signor Singer, nota una cosa intelligente, cioè,
che le macchine hanno incorporato quelle attività, quello spirito, nel fare le
decorazioni, per cui le cucitrici mettevano dei giorni per fare ciò che la
macchina fa automaticamente. E questo per Simmel è il senso della nostra vita
sociale e, cioè, che la tecnica, su questo anch'io sono d'accordo, è quel tipo
di sapere che, rischia di avere aspetti catastrofici sull'uomo, se è usata
male, ma che lascia una quantità di tempo, come dire, ci scarica di una
quantità di funzioni che compiono le macchine automaticamente, lasciandoci un
tempo per la creatività. Il punto individuato da Simmel è che noi non siamo
all'altezza di saper usufruire di queste cose. Simmel, oltretutto, lo voglio
dire non per filofemminismo, ma è il primo che ha trattato dell’individualità
dell’Io secondo i generi, uomo e donna, e non è banale. Per cui tutta la
fenomenologia del matrimonio, della donna, lui è lettore di Ibsen, di
Strindberg, mostra come le istituzioni, pur plasmando l’uomo, possono rimanere
indietro, come il matrimonio che è lo spirito oggettivo che è rimasto indietro
rispetto allo spirito soggettivo, cioè rispetto alle esigenze di emancipazione
sia delle donne sia degli uomini.
C'è questa tendenza, ma poi c'è l'altra che è
rappresenta inizialmente da Le Bon. Le Bon è una specie di Cagliostro. Non sono
personaggi grandi dal punto di vista teorico, sono personaggi grandi per gli
effetti che hanno prodotto. È un Cagliostro, cioè, un individuo che dopo aver
fatto di tutto, ha però avuto un'idea geniale. Siamo in età di decadenza,
stanno per arrivare le masse di barbari, i socialisti, lui era un
antisocialista, i poteri li vogliono far entrare nel governo dello Stato,
ma rovinerebbero tutto, come alla fine
dell'impero romano, idea anche di Sorel. In questa situazione le classi
dirigenti sono mollicce, non sono più capaci di reagire, di modo che bisogna
compiere un grande colpo e, cioè, sostituire il debole Io egemone interno che
governa la pluralità degli Io, gli uno, nessuno e centomila di cui Pirandello
sarà l'erede tramite Binet, con un Io egemone esterno, “meneurs de foule”, che
viene tradotto rispettivamente duce, führer, caudillo, conducator.
Qual è la caratteristica dell’Io egemone esterno? È
di essere qualcuno che è non demagogo, ma quello che è chiamato uno psicagogo,
cioè quello che governa non soltanto con la violenza, ma entrando attraverso
tecniche di colonizzazione della coscienza, e qui di nuovo viene il sottotitolo
che ho dato al libro, che sono di
carattere medico, psicologico, psichiatrico che governa gli altri in modo che
gli altri non si sentano guidati e che sentano il comando esterno con un'eco
stesso della loro coscienza. (Non mi fate dire di più per il presente.)
È una tecnica che ha più di 100 e tanti anni ed è
una tecnica che ha la caratteristica di elaborare un modello di rapporto tra il
capo e le folle. Nella “Psicologia delle folle” il rapporto diretto tra
il capo e le folle non è tra un capo e una somma di individui, ma consiste in
una reazione chimica. L'anima delle folle è qualcosa di diverso dalla somma di
individui. Ci sarà bisogno dell'esperienza della “grande guerra” per avere non
soltanto delle folle di carattere spontaneo e provvisorio, temporaneo, ma folle
organizzate secondo il modello dell'esercito. E tutti i grandi totalitarismi
della prima metà del 900, il termine tra l'altro è stato inventato da Lelio
Basso, poi ripreso da Gentile e da Mussolini, per cui al di fuori dello Stato
non c'è niente, sono quindi delle forme di distruzione dell'autonomia
personale, cioè portano a livello politico quella che era la posizione di
Schopenhauer a livello metafisico.
Ecco priva di trattare questo, brevemente, cerco di
rispondere alla questione posta da Enzo Vitiello a proposito di Nietzsche. È
vero che ho fatto una lettura volutamente settoriale cioè ho visto Nietzsche
come colui che ha elevato a livello filosofico raffinatissimo e altissimo con
“passi da colomba” quelle intuizioni che erano piuttosto grezze nei medici
filosofi. Quindi, ha visto l’Io secondo il modello esplicito delle cellule,
come aristocrazia di cellule. L’Io è una molteplicità, è insieme pastore e
gregge. Nella polemica di Nietzsche contro l’appiattimento, il livellamento dei
socialisti, dei democratici, dei cristiani, dell’autrice della Capanna dello
zio Tom, di Rousseau c'è l'idea di un gregge; gli uomini della società di
massa vivono una situazione, appunto, in cui sono soltanto gregge e cercano un
pastore all'esterno. Mentre lo spirito forte, o il superuomo, l’oltreuomo, che
probabilmente non verrà mai, perché la gravità, il peso della società di massa
è troppo forte, è colui che è in grado, per avere quest'eccesso di potenza, di
essere nello stesso tempo pastore e gregge, uno è multiplo, perché appunto,
l’Io, di volta in volta, entra nel proscenio. E la mia interpretazione
dell'eterno ritorno è legata, e credo legittimamente di averlo dimostrato,
anche a questa forma di padronanza di se stessi, di essere capaci di essere
allo stesso tempo pastore e gregge, uno è multiplo. Avere la volontà di essere
se stessi, di così volli che fossi, dell'ego fatum, io stesso sono il destino,
e con quest'idea della volontà come potenza multipla, un riprodursi ogni volta.
E questo che cosa significa? Qui dovrete anche voi
discutere nella prossima conferenza di Losurdo. Non è che, per Nietzsche, non esista la gerarchia, non è vero che non
esiste il carattere antidemocratico, antisocialista, però dice una cosa
grandiosa che nessuno dovrebbe dimenticare, che Nietzsche ha cercato contro la
società di massificazione degli uomini che tende a creare, è il pericolo
odierno, donne e uomini di allevamento che vengono introdotte alla
soddisfazione di bisogni a lungo conculcati, bisogni legittimi, cibo, sesso e
divertimento, ma che rischiano di fare la fine come i polli a cui suonano la
musica di Mozart e poi finiscono con il tirargli il collo, ecco Nietzsche
ha capito che bisogna fare qualche
cosa, perché l’Io nella sua pienezza, senza rinunciare alla sua molteplicità,
ma senza rinunciare alla sua identità, proprio attraverso questi modelli
dell'eterno ritorno della volontà di potenza, possa sottrarsi a questa forma
stagnante della società di massa. Questo non vuol dire poi che Nietzsche sia
colpevole di quello che gli è stato poi attribuito dopo a causa del nazismo
ecc., perché a volte poi ci sono delle interpretazioni che sono basate su
cattive traduzione. Quando si parla della “bestia bionda”, è la traduzione
sbagliata dell’animale fulvo, cioè il leone; non è il nazista ariano con gli
occhi azzurri. Tutte cose piccole ma importanti. Ecco, concludendo, qual è il
problema che si pone oggi?
Il mio libro aveva come fase centrale, in termini
politici, il periodo che va dalla Comune di Parigi 1871 al 1945, la caduta dei
fascismi europei. Però ha come sfondo il periodo che va da Locke ai nostri
giorni. Che cos'è successo quando sono falliti i sistemi totalitari, per così
dire, anche per motivi militari, oppure per esaurimento della spinta
propulsiva, come l'Unione Sovietica? Cosa è successo dopo che questo noi
catafratto, corazzato che schiacciava l’Io si è dissolto? Cos'è successo dopo
che i progetti di creare l'uomo nuovo si sono dimostrati troppo cari,
drammatici, terribili? È successo che il pendolo della storia è andato
soprattutto in Occidente verso la creazione di un io mongolfiera, così l’ho
chiamato, di un io tronfio, gonfio di queste
forme di narcisismo che del resto oggi, malgrado ciò che dice la
sociologia, soprattutto, anglosassone, non sono poi così diffusi. La
generazione del modello dello yuppies, di questo young professionals, urbani
degli anni del “crescer ricchi” che si muovono come quelli che si vedono nel
film Wall Street.
Oggi noi stiamo facendo uno sforzo per decolonizzare
quella colonizzazione delle coscienze che è stata prodotta dai grandi regimi
totalitari, ma anche dalle grandi democrazie, nella forma del conformismo, e
non siamo però ancora in grado di guidare e di autonimizzare noi stessi. Questo
è il compito; e nella pagina 290 che Enzo ha letto, sarà pure parenetica, ma è
il risultato di tutto quello che ho cercato di dire prima. Quindi come fare a
salvarci? Qui il problema non è solo di tipo individuale, di uno sforzo di
buona volontà, il problema è di far leva su se stessi, ma nel quadro anche di
una rivitalizzazione anche a livello politico e a livello etico. Provare
insieme alla forza di autosovversione, cercare di capire quali sono i fili del
nostro destino e di conquistare spazi di libertà anche quello di
istituzionalizzare, diciamo così, quelle nuove forme di libertà, di passare
direttamente oltre da questo vecchio primato del “noi” che ha portato alle
irresponsabilità. Io contrappongono coscienza non ad inconscio, ma ad
incoscienza, cioè di agire senza preoccuparsi di ciò che si fa, cioè, bisogna
recuperare una consapevolezza che è anche politica.
La domanda che pone Vitiello, ancora, è quella di
come parlare del corpo, della follia in maniera diversa, così come di poter
parlare dell'origine non intenzionale dell'intenzione. Questo è un grande
problema. D'altra parte noi non abbiamo a disposizione altro che concetti e
anche il corpo è un concetto oltre che una cosa. Si pone il problema, magari,
di abbandonare la centralità della coscienza, intesa come se la coscienza spiegasse
tutto e di vedere, molto meglio di quanto si possa fare all’ingrosso, quali
sono queste forze che ci modellano. Faccio solo un esempio, quello delle
biotecnologie. Noi eravamo abituati ad avere un destino personale e un destino
anche transpersonale nei figli. Per effetto del nostro codice genetico, per
effetto che avevamo malattie geneticamente incurabili che sono circa 3000. Oggi
io ho usato il termine, se avete notato, antidestino. Per la prima volta una
donna in età di menopausa può avere un figlio, oppure, con la mappatura del
menoma, che non è poi così risolutivo perché il genoma rappresenta soltanto 1%
della cellula, bisogna poi capire a cosa serve l'altro 99%, è intanto possibili
fare delle cose che prima sembravano impensabili, ad esempio il trasporto di
materia vivente da un corpo all'altro attraverso i trapianti. Coesistenza nello
stesso individuo di parti umane e meccaniche, basta pensare al pacemaker, per
il cuore, tra un po’ ci sarà l’apparecchietto per l'insulina dentro il corpo
che secernerà la quantità necessaria in base al flusso sanguigno. Sono già in
costruzione, per esempio a Pisa alla scuola Sant'Anna che è all'avanguardia in
queste cose, degli arti completamente meccanici che fanno muovere le dita delle
braccia e dei piedi. È già possibile un apparecchietto per ciechi nati per cui
si comincia ad intravedere le ombre. Noi stiamo andando avanti verso un'epoca
che alcuni hanno chiamato post - human, postumano, cioè, un tipo di uomo che
praticamente sarà molto diverso da quello che noi abbiamo conosciuto.
È, quindi, qui in questo momento che si pone la
riformulazione dell'identità personale. Non perché il fatto di avere un cuore
di maiale cambi la mia identità. Certamente mi pone dei problemi, un po'
diversi, ma certamente c'è un po' di vertigine in tutto questo, nel senso non
soltanto negativo, ma dei giochi di vertigini che ci piacciono. Abbiamo la
vertigine di fronte a ciò che possiamo diventare e possiamo essere. Tra
cent’anni, secondo varie riviste mediche, alla fine del ventunesimo secolo
saremo tutti, almeno nei paesi cosiddetti avanzati, pluritrapiantati non
soltanto per esigenze di malattie, ma per sviluppare la funzionalità di
determinati organi. Saremo un po' tutti come il vecchio Breznev che quando era
un po' malandato e non si reggeva in piedi era tutto pieno di apparecchietti
che la scienza sovietica metteva a sua disposizione.
Passo, in ultimo, al problema a cui accennava Cacciatore, cioè di quali
criteri adottare e quali altri segnavia sono possibili. Per esempio Vico,
Dilthey. Però ogni segnavia segna anche il tipo di problemi. Siccome io avevo
il problema della compresenza della individualità e della negazione della
individualità, a me la suggestione di Vico, io non sono vichista, ma ci ronzo
attorno come in una specie di ossessione, mi è sembrata utile. Io ho sempre
avuto la sensazione che in Vico ci sia una genesi dall'alto della civiltà, non
si parte dai bisogni come in Marx o gli scozzesi, per vedere lo sviluppo della
civiltà, ma si parte da queste genti maggiori che guardando dalle radure del
bosco, preheideggeriane, il movimento ordinato delle stelle rispetto al
disordine e alla promiscuità della vita, nell’ingens silva, vogliono applicare attraverso
l'immaginazione queste regole precise, fingunt quia simul credunt una delle
cose più straordinarie della storia del pensiero, che nel momento stesso in cui si immaginano con la fictio le costruiscono queste cose, ci credono e
quindi la civiltà umana e la ragione stessa che nasce inizialmente con un atto,
come dire, arbitrario di produzione di senso e da cui la ragione si distilla
piano, piano e diventa qualche cosa. E l’individualità stessa in questo campo
diventa semplicemente, in prospettiva con tutta una serie di esami che
andrebbero fatti, topologie che andrebbero spiegate, diventa qualche cosa che, non è che finisce con Lacan, ma che
diventa questo registro dell'immaginario. In fondo l’Io finisce con l’avere
queste caratteristiche di essere un po’ una specie di fantasma che noi creiamo
e nello stesso tempo ci crediamo. E non so se vado incontro le esigenze di Enzo
quando, parlando di Pirandello forse lui ricorderà quella frase di Pirandello
che dice che l’Io è uno “spontaneo artificio”, che è un bel paradosso,
“spontaneo e artificiale”. Cioè noi ci creiamo questo Io, perché si dà
sicurezza. E ce lo creiamo spontaneamente, perché abbiamo paura, ma senza la
ricostruzione continua noi non lo abbiamo. Quindi noi crediamo di essere uno,
quando noi ci accorgiamo come il naso storto di Vitangelo Moscarda che gli
altri ci vedono diversamente, con un eroico furore cerchiamo di vedere come gli
altri ci vedono e diventiamo 100.000. Ma poi la grande scelta. Io trovo molto
francescana, d'altronde le maschere nude lo dice, la grande scelta di
Pirandello anche in termini politici dopo l'adesione al Fascismo e il suo distacco, anche lui controllato
dall'OVRA, poi dopo il ‘26, la scelta di diventare nessuno, scelta di spogliarsi
di qualche cosa. Ed è là che probabilmente, se ho capito bene il punto da cui
bisogna ripartire, il punto che io credo di aver indagato, ma che poi se avrò
tempo finirò, ma finisco anch'io di sgomitolare questa matassa che in realtà
poi ho già fatto e non finirei più, bisognerebbe sviluppare quell’ultima chiave
teorica a cui tengo molto, cioè, questa dell’eterotopia e dell’eterocronia.
Cioè, detto in termini semplici, che Schopenhauer e
Locke cioè le forze e le potenze anonime che ci plasmano e le individualità
sono due aspetti della stessa medaglia. Cioè, l'elemento di particolarità e
l'elemento di universalità si condizionano a vicenda. E, quindi, una rilettura
andrebbe fatta in questo ambito anche dei rapporti che ci sono per esempio, una
cosa che a me è rimasta sempre in testa, con l’Idealismo tedesco. Cioè, la
situazione di Fichte, il rapporto tra come cresce e come nasce la coscienza.
Dixi et non salvate anima mea.
Trascrizione e redazione a
cura della S.F.I. di Salerno