(Trascrizione e redazione sono
state eseguite a cura della S.F.I. di Salerno. Pertanto, gli eventuali errori
di sostanza e di forma, contenuti nel testo,
sono da attribuire interamente agli operatori della SFI e non all’autore
che non ha proceduto ad alcuna correzione dello scritto di seguito riportato.)
Come molti dei presenti ricorderanno
noi ci siamo visti in questa stessa sede il 15 gennaio del 2002, a pochi mesi
dall’11 settembre del 2001. Ci rivediamo oggi, a pochi giorni dall'inizio della
guerra in Iraq. Io devo necessariamente fare il riassunto della puntata
precedente, perché il discorso che tenterò di farvi stasera è intimamente
connesso e intimamente legato alla riflessione che vi ho proposto il 15 gennaio
del 2002. Se vi ricordate e, comunque, per i non presenti lo ricordo ora, in
quell'occasione io mi soffermai su un carattere importante del moderno e della
modernità su cui noi non riflettiamo abbastanza. Cioè, sul fatto che le
discontinuità, ovviamente si parlava delle discontinuità nel politico, nella
politica, sono intimamente dentro le continuità. Feci una serie di esempi: la
sovranità, la rappresentanza, la democrazia, i partiti, le forme della
politica, impero e Stato- nazione, come
le forme più importanti della politica e, infine, della traduzione storica di
una di queste forme e cioè della forma che io chiamai “sistema imperiale”.
Parlai, già allora, del passaggio dai due sistemi imperiali, fino al 1989,
all'unico “sistema imperiale” dopo il 1989. Parlai di una certa idea di
Stato-nazione, che poi riprenderò perché non è tanto l'idea classica, ma è un
qualcosa di diverso, e, infine, affrontai il rapporto tra globalizzazione,
terrorismo e impero. Vi ricordo che era appena uscito il numero di MicroMega dedicato proprio a questi temi. In
quel numero c'erano degli interventi, a mio avviso, molto importanti di Antonio
Negri, di Salvatore Veca, di Roberto Esposito e di altri. La domanda che ci
ponemmo allora, e che torna di grande attualità oggi, è la domanda da cui si
può partire per poi riprenderla se mai alla fine, si può formulare in questo
modo: è possibile una connotazione positiva di impero? D'altra parte se vi
ricordate era anche la domanda che faceva da sfondo alla discussione su quel
numero di MicroMega che io citai allora e che riprendo adesso.
Si scontravano in quella discussione, a
mio parere interessante, su quel numero di MicroMega, due posizioni tra loro,
appunto, contrastanti e divergenti. Una posizione, che poi probabilmente
riprenderà Antonio Negri quando verrà a discutere con voi prossimamente, in
base alla quale lo Stato- nazione era una sorta di Stato barbarico. Negri
parlava proprio di Stato barbarico, usava esattamente questa espressione. Stato
barbarico non solo e non tanto per come lo Stato-nazione si presentava e si
presenta oggi, ma Stato barbarico per come lo Stato-nazione si è presentato,
diceva Negri, ma sono posizioni che poi Negri ha confermato in più occasioni,
per tutto il ‘900, da Verdun a Auschwitz. Quindi, se così stanno le cose, se lo
Stato-nazione è uno Stato barbarico, la posizione ovvia e coerente è quella in
base alla quale bisogna lottare contro tutte le istituzioni rappresentative. Si
riproponeva in Negri quella che è una sua caratteristica storica, coerente devo
dire, cioè, questa forte componente antistituzionale, questa forte carica
antistituzionale che ha caratterizzato tutto l'itinerario di Negri da quando
era uno dei leaders di Potere Operaio fino ad oggi, sostanzialmente.
Dall'altro lato, c'era una posizione,
che io condivido e su cui vale, invece, la pena di riflettere attentamente
anche se i margini, a quanto pare, si stanno sempre più restringendo, che era
la posizione di Veca e di Esposito in base alla quale, proprio per tutti i
motivi di crisi, per tutta la drammatica situazione vissuta allora, dopo l'11
settembre, si poneva un bisogno ancora più urgente, ancora più immediato di
istituzioni e di politica come mediazione. Questo era, in sostanza, il punto
del dibattito. Da un lato una forte componente antistituzionale che partiva da
una posizione tendente a considerare la forma dello Stato-nazione, appunto,
come Stato barbarico e, quindi, il bisogno e l'esigenza di colpirlo e di
colpire con lo Stato-nazione tutte le forme rappresentative, dall'altro invece
un forte bisogno di istituzioni, un forte bisogno di politica come mediazione.
Oggi siamo al 2 aprile 2003 ed io penso
che, probabilmente, sono successe tante altre cose, però come cercherò di
argomentare alla fine di questa chiacchierata, credo che, intanto, sia
sbagliata questa posizione che tende a brutalizzare lo Stato–nazione, che sia
sbagliata una posizione antistituzionale quale quella espressa da Negri, ma non
solo da Negri, e che, invece, sia necessario collocarsi in quel corridoio
sempre più stretto della politica come mediazione.
Questo è il riassunto della puntata
precedente. Io, oggi, invece, voglio proporvi una riflessione in quattro
passaggi.
1) Il primo passaggio è l'esigenza di
“definire”. Siamo tra
filosofi e penso che una chiara concettualizzazione del problema sia il primo
stadio da cui partire. Allora, dobbiamo definire Stato, dobbiamo
definire Nazione e dobbiamo definire Stato-Nazione. Sono tre
dimensioni, tre livelli, tre orizzonti abbastanza diversi tra di loro che non
vanno confusi, vanno, ovviamente, connessi, ma non confusi. Questo è il primo
stadio che vi propongo.
2) Il secondo è una particolare fase di
sviluppo e di arricchimento dello Stato-nazione, come quella che abbiamo
vissuto dal secondo dopoguerra fino al 1989. Quindi, il rapporto tra i
processi di decolonizzazione e Stato-nazione.
3) Terzo passaggio: mondializzazione
e globalizzazione. Domanda: fine dello Stato nazione? Questo è il terzo passaggio
logico.
4) E, infine, un solo Impero, un
solo Stato, ma sorpresa delle sorprese, come poi cercherò di dimostrarvi,
facendo riferimento a sette esempi, oggi, al 2 aprile 2003, gli
Stati-nazione si prendono la rivincita. Poi vi farò toccare con mano quali
sono, come dire, gli esempi, le spie della rivincita degli Stati-nazione, di
come lo Stato-nazione riesca non a mettere in crisi, ma, comunque, ad entrare
in dialettica con quella forma che noi abbiamo considerato come forma del
“sistema imperiale”.
Primo passaggio: problemi di
definizione. Qui ovviamente entrano sia il livello della storia sia il livello
della struttura. È chiaro che quando io mi riferisco a Stato, mi riferisco
precisamente a quello che noi intendiamo per Stato moderno. Che cosa intendiamo
noi per Stato moderno? Sostanzialmente, intendiamo, al di là dei passaggi
storici, al di là delle differenti periodizzazioni del processo, tre cose: la sovranità
unica e indivisa, un processo di progressiva espansione delle funzioni
pubbliche, e un ruolo sempre più decisivo, sempre più importante acquisito
da questa nuova forma di organizzazione politica, appunto, lo Stato nelle
relazioni internazionali. Siete tutte persone intelligenti, ci sono alcuni
miei studenti, ci sono professori di storia e filosofia, ci sono colleghi e
amici e a tutti voi io non devo spiegare i passaggi interni a questo fenomeno
nuovo che è rappresentato dallo Stato.
Stato
per me è uguale a Stato Moderno. È una forma di organizzazione politica che ha
passaggi interni, ma che grosso modo noi possiamo individuare nella sua genesi
nel periodo compreso tra il XIV e il XV secolo, io vado un po' più indietro
rispetto alla periodizzazione classica, che vive un'ulteriore fase di
affermazione tra il XVI e XVII secolo, che ha il passaggio ulteriore verso una
affermazione della sovranità e, quindi, della concentrazione del potere nella
seconda metà del ‘600 e che vive, poi, una prima importantissima nuova fase,
nel primato di questa forma politica nelle relazioni internazionali, nel ‘700.
È chiaro, poi che nell'800 è vero, come dicevo l’altra volta, che riemergono
gli Imperi, riemerge quella che Braudel avrebbe chiamato “l'ora favorevole”
alle grandi formazioni politiche, alle grandi organizzazioni politiche. Braudel
la vede per il ‘500, ma possiamo vederla anche nell'800, anche perché è vero
che tutto l'800 è una dialettica tra Stati-nazione e imperi che ha un suo
sviluppo interessante.
La Nazione, veniamo al secondo aspetto del primo
passaggio. Diciamo, innanzitutto, che c'è una Nazione prima della Nazione
romantica. Questo è un primo elemento da tenere in grande considerazione. Il
concetto della categoria di Nazione ha un'origine, da un punto di vista
lessicale, come ha dimostrato Federico Chabod in uno studio molto bello che poi
erano una serie di lezioni, quando ha parlato del concetto di patria, di
nazione, e di Stato moderno nella letteratura politica tra ‘400 e ‘500, ha una
storia che precede la stessa affermazione della nazione romantica, come noi la
intendiamo. Non si presta, in genere, molta attenzione a questa storia della
“Nazione” prima della “Nazione” che è una storia che ha visto protagoniste, per
esempio, anche alcune realtà politico-istituzionali italiane che hanno dato un
loro contributo importante allo sviluppo di nazioni in sensi diversi. Nazioni
come insieme di gruppi privilegiati, perché “Natio” ha una dimensione
fortemente corporativa. All'origine del termine-concetto di nazione c'è una
dimensione corporativa, una dimensione chiusa. Poi la nazione ha questo
ulteriore passaggio, questa ulteriore evoluzione nel trinomio tardo
settecentesco, perché è con il triennio italiano rivoluzionario che si va
affermando, con quella fase di
passaggio all'età napoleonica, di patria, nazione e libertà che
fa fare un passo avanti importantissimo, nell'evoluzione della nazione, perché
a quel punto entrano alcuni elementi della nazione di tipo nuovo, rispetto alla
nazione così come l'avevamo conosciuta
in precedenza e i tre caratteri fondamentali legati a questo trinomio sono il
carattere dell'unità, il carattere della coscienza, il carattere
dell'autodeterminazione. Quindi, Stato-nazione è una endiadi, perché
collega tra loro due processi in uno. A me piace molto fare riferimento ad
un'idea di Stato-nazione che non è collegata direttamente al suo processo
storico di affermazione. Prima sono stato presentato anche come politologo. A
me diverte molto osservare che quando un giornale mi intervista una volta mi
chiamano storico, un’altra volta ancora politologo, altre ancora storico contemporaneo
e, infine, anche storico dell'età moderna, ma il problema non è questo. Il
problema è che a me piace una definizione, una concettualizzazione che
nell'ambito politologico è stato dato del concetto di nazione che in sostanza è
un processo ben equilibrato di State building, cioè, di costruzione dello Stato
e di Nation building, cioè di costruzione della nazione. Tutto ciò, nel senso
che questo processo equilibrato si è verificato, intanto, in pochissime parti.
Quindi, di Stati-nazione, in senso proprio, ce ne sono molto pochi e si sono
verificati solo laddove, precocemente, rispetto ai processi storici classici
che noi conosciamo, si è creato quello che i politologi chiamano un ben
riuscito accordo sui fondamenti del vivere in comunità. Lo Stato-nazione è
esattamente questo, un processo che è, ovviamente, ricostruibile storicamente,
ma che non è collocabile in un punto preciso della storia, in base al quale ci
sono alcune comunità politiche che riescono a fondare il vivere in comunità su
presupposti e su un accordo più
precocemente rispetto ad altri. E in senso stretto, io dico che gli
Stati-nazione pienamente realizzati sono veramente pochi. Essi sono: la vecchia
Europa e il nuovo mondo. Per “vecchia Europa” intendo una parte di quella
Europa che è stata, anche un po' in senso dispregiativo, identificata nella
fase che ha preceduto lo scoppio della guerra. Per “nuovo mondo” mi riferisco,
ovviamente, agli Stati Uniti che rappresentano un caso esemplare di riuscito
accordo sui fondamenti, oltre il concreto processo di strutturazione
dell'organizzazione politica e di formazione della nazione nel senso
ottocentesco, nel senso romantico. Gli Stati Uniti hanno fatto una rivoluzione
costituzionale e nazionale insieme. È un dato da tenere presente.
Rispetto a questo quadro che, tutto
sommato, è rimasto inalterato fino al 1945, dopo il 1945 noi abbiamo avuto
degli elementi interessanti di novità. Essi sono i processi di decolonizzazione.
Questi hanno spinto verso la creazione di nuovi Stati-nazione. Ma attenzione, gli
Stati-nazione che si sono creati grazie al processo di decolonizzazione, allo
sgretolamento dei vecchi imperi coloniali, ovviamente, presentano connotati
particolari. Sarebbe lunghissimo, ma se ne potrebbe discutere, perché parlare
di Stato-nazione non significa solo parlare dei “nostri” modelli, sarebbe
interessante capire che cosa dei nostri modelli di Stato-nazione, dalla vecchia
Europa, è passato in questi nuovi modelli di Stati-nazione che si sono
costruiti a partire dall'avanzare del processo di decolonizzazione. Le
condizioni in cui si sono sviluppati questi nuovi Stati-nazione, sono state
fatte delle ricerche a tal proposito, sono vertiginose per i tempi di
attuazione. Se voi confrontate il numero degli Stati-nazione ancora nel periodo
precedente alla seconda guerra mondiale con il numero degli Stati-nazione degli
anni ottanta del ‘900, voi trovate una moltiplicazione per dieci o per
quindici, adesso non ricordo bene. Questi nuovi Stati-nazione, hanno riproposto
alcuni elementi tipici della genesi e dell'affermazione degli Stati-nazione, ma
non dobbiamo dimenticare che si sono sviluppati in una condizione di forte
bipolarismo che ha fortemente inciso sullo sviluppo stesso di questi
Stati-nazione. Questo, però, ci dice una cosa importante. Ci dice della forte
capacità di esportazione di una Europa che muore. L’Europa comincia morire,
d'altronde, già da quando la Sterlina non è più la moneta di riferimento
mondiale, ma è dopo il 1945, con lo sgretolamento degli imperi europei, che si
evidenzia maggiormente il fenomeno. Un ulteriore segno c'è stato, poi, nella
incapacità durante la crisi di Suez da parte delle vecchie potenze europee di
condizionarne l'esito. Esse non hanno contato assolutamente niente. In
definitiva i segnali di crisi dell'Europa sono tanti. Però, mentre l’Europa
finiva, rivelava una capacità di esportazione di modelli insospettata, perché,
in realtà, tutti i processi di nazionalizzazione che si sono sviluppati nel
secondo dopoguerra hanno in larga misura preso a modello i processi di State
building e di Nation building europei. Purtroppo, in alcuni casi noi abbiamo
avuto delle accelerazioni della costruzione politica rispetto alla costruzione
nazionale e viceversa. Abbiamo avuto forti scompensi nella costruzione di un
processo nazionale. Questo lo paghiamo anche oggi e lo pagheremo ancora nel
futuro. Non ci sono, però, dubbi che l'Europa abbia avuto una grande capacità
di esportare un elemento importantissimo, nato nel suo cuore, nel cuore della
sua civiltà ed è l'elemento dell'autodeterminazione. Questo aspetto del
problema la mia generazione, quella del Vietnam, l'ha vissuto drammaticamente, quello
di riuscire a conciliare l'aspirazione all'autodeterminazione con la divisione
bipolare del mondo. Questo è stato esattamente il problema. Io ricordo che
nel 1967 quando ero un giovane repubblicano e appartenevo alla Federazione
Giovanile Repubblicana c'era il congresso nazionale e io insieme ad altri
amici, che poi passarono chi ai partiti di sinistra chi all'estrema sinistra,
gridammo a Ugo La Malfa, mentre faceva il suo discorso, Ho Chi Minh, Ho Chi
Minh! Era una contestazione diretta a chi? A chi in quel momento ci stava
presentando legittimamente che il problema sussisteva tra la questione
dell'equilibrio mondiale e la questione dell'equilibrio bipolare e che questo
portava ad un contrasto con l'aspirazione all'autodeterminazione dei popoli,
che era sacrosanta, ma che in quel caso l'autodeterminazione era, innanzitutto,
fortemente condizionata in un caso dal polo comunista e dall'altro dal polo
americano e, quindi, entrava necessariamente in rotta di collisione con la
divisione bipolare del mondo e che, comunque, l'equilibrio politico
internazionale doveva far pagare una serie di prezzi e il prezzo da pagare era
anche, in quel caso, per un bene superiore, per un bene più importante, quello
dell'autodeterminazione. Questo è un altro esempio per il ragionamento che vi
sto proponendo. Arriviamo in queste condizioni, con molte altre variabili, ma
ora mi interessa arrivare alla fine, e la fine è la parte, forse, più
interessante di tutto il ragionamento che vi sto proponendo, al processo di
mondializzazione.
Il processo di mondializzazione e di
globalizzazione, del quale
poi parlerete anche con qualche studioso che vi presenterà i suoi studi su questi
temi, secondo molti ha rappresentato la fine dello Stato-nazione. Io ho
ritrovato una vecchia conferenza di
Serge Latouche, come sapete Latouche è uno dei più importanti teorici della
critica alla globalizzazione, ed è una conferenza che risale al 28 agosto 1996.
È una conferenza interessante a mio parere, perché evidenzia i passaggi logici
più importanti della posizione che individua nel processo di mondializzazione,
in quel periodo era più usato il termine mondializzazione che globalizzazione,
la fine della politica. Fine della politica come fine dello Stato-nazione. Io
vi leggo alcuni passaggi che sono molto interessanti. Naturalmente la
letteratura su questi temi è sterminata, però questa conferenza di Latouche,
che io ascoltai nel '96, dà veramente il senso di una posizione comune a più
livelli, anche disciplinare di considerazione dei problemi. La prima questione
è l'affermazione del villaggio-mondo, connesso proprio alla fine dello spazio
nazionale. Dice Latouche: «La scomparsa delle
distanze crea la fine dello spazio nazionale e il riemergere di questo caos
interiore che distrugge le basi dello Stato nazione e genera fenomeni di
decomposizione. L'assorbimento del politico da parte dell'economia [questo è un
altro topos su cui si insiste in questi anni] fa riapparire lo Stato di guerra
di tutti contro tutti. La competizione - legge dell'economia - diventa la legge
della politica. C'è un ripiegamento che fa sorgere un nuovo feudalesimo e fa
scoppiare nuove guerre e conflitti. Il feudale e il privato vanno di pari passo
e ci sono volute la monarchia, gli Stati nazionali e la rivoluzione perché si
superasse questo conflitto privato. E tuttavia si vede questo suo risorgere in
Libano, Jugoslavia, Cecenia». Questo è un primo passaggio che mi sembra molto
interessante. Quindi il villaggio-mondo e la fine dello Stato-nazione, primato
dell'economia e fine della sovranità dei cittadini. Secondo aspetto che voglio
sottolineare, ma che già è Stato accennato prima, ma che qui di seguito viene
meglio esplicitato. «Si vede così come le leggi dell'economia privano i
cittadini della loro sovranità ed appaiono sempre di più come una costrizione
che si può amministrare, ma in nessun modo eliminare. I cittadini perdono così
la padronanza del proprio destino. Con l'espressione "fine del
politico" si intende la fine di questa categoria come istanza autonoma
rispetto all'economia. Ancora una volta ricchezza e potenza tendono a fondersi.
Come dichiara il dirigente di una multinazionale, "noi non vogliamo
dominare il mondo, vogliamo semplicemente possederlo"». Quindi, fine del
politico, crollo del sociale e questo è il terzo elemento: «Vista dal basso la
fine del politico si traduce nel crollo del sociale, nel termine della società
stessa».
Tutto
questo provoca secondo Latouche, ma, ripeto, questo è significativo di tutta
una cultura, una temperie culturale, di quegli anni, seconda metà degli anni
'90, una doppia via di fuga: la via di fuga nel fondamentalismo e la via di
fuga nel ripiegamento interiore. Dice Latouche che bisogna evitare entrambe
queste due vie di fuga e bisogna costruire, parla esattamente in questi
termini, un "contropotere mondiale". Su questa base si sono
sviluppati anni dopo, ma nemmeno tanti anni dopo, i movimenti No-global con
varie sfumature, con varie differenziazioni e interpretazioni, però mi sembra
che stiano qua le radici. Infatti, Latouche è poi uno degli autori ispiratori
di alcune sezioni del movimento No-global. Undici settembre: globalizzazione e
terrorismo. Vedete che in questo orizzonte culturale che io ho cercato di
presentarvi non compare il fondamentalismo, perché in quegli anni il
fondamentalismo faceva già moltissima paura, ma non emergeva ancora all'ordine
del giorno come terrorismo. Globalizzazione e
terrorismo vanno esattamente in questa direzione, perché, da un lato è
la logica di combattere contro un nemico invisibile, dall'altro, erano già
emersi in precedenza, ma emergono con più forza i teorizzatori dello scontro di
civiltà. Qui è scomparso completamente dall'orizzonte la categoria, la forza
dello Stato-nazione. Venendo, poi, a tempi più recenti si passa alla
teorizzazione del bene contro il male. Sempre passando da un livello
basso ad uno più elevato di astrazione, ripercorriamo termini come visibilità,
scontro di civiltà, bene contro male, Stato come nuda potenza, ma Stato come
nuda potenza che fa il paio con la missione. Quindi: Stato, potenza,
missione. Gli stati in questa ottica, in questa logica, diventano prevalentemente
“stati canaglia”. Il lessico ha la sua importanza, c'è un decadimento nel
termine del lessico, vale a dire uno svuotamento della ricchezza semantica del
termine Stato. Questo è un problema
fondamentale. Evidentemente è la rappresentazione nel linguaggio di processi
più generali.
Quarto
passaggio: un solo Impero, un solo Stato. Voi tutti sapete che una delle
definizioni più ricorrenti dello Stato moderno è quella in base alla quale
questa nuova organizzazione politica assume il monopolio dell'uso della forza
legittima. Mi pare che pochi, però, hanno pensato ad uno slittamento di
termini, o meglio uno spostamento di termini, ma che diventa fondamentale,
cioè, che dal monopolio della forza legittima noi rischiamo di passare al
monopolio legittimo della forza. Capite cosa voglio dire? L’unilateralismo
imperiale è fondamentalmente questo e allora l'unilateralismo imperiale
significa una cosa apparentemente ricorrente nella storia, ma che anche qui, se
fate caso ai termini adottati, non è più vero, le cose non stanno più in questi
termini. Monopolio legittimo della forza significa che il conflitto diventa la
norma nel mondo globalizzato, cioè, se il conflitto diventa la norma del mondo
globalizzato significa che il conflitto militare va a riempire una crisi di
legittimità. Una crisi di legittimità che è sotto gli occhi di tutti che
investe anche gli istituti sovranazionali. È così veramente? Io vi sto
presentando delle espressioni che, però, per me non sono così apodittiche, ma
che sono in qualche modo interrogative se teniamo conto di quel che sto per
dirvi, cioè se teniamo conto che i fatti degli ultimissimi giorni e delle
ultimissime ore rivelano uno spasmodico bisogno di Stato-nazione.
Vi
enumero degli esempi.
Primo: il
peso delle relazioni diplomatiche. Il peso delle relazioni diplomatiche è
ancora forte. Nel mondo globalizzato il peso delle relazioni diplomatiche,
voglio parlare evidentemente di chi la diplomazia la sa fare e il Vaticano è una di quelle realtà che
storicamente ha dimostrato di saper fare diplomazia, è ancora notevole.
Secondo:
non ha colpito nessuno il fatto che Bush, certo poi non ha dato corso, ha
utilizzato, prima di entrare in guerra, uno strumento che è tipico delle
relazioni tra Stati, così come noi l’abbiamo conosciuto. Mi riferisco
all'ultimatum. L'ultimatum non è un riferimento ad una volontà esclusiva di
sopraffazione. L'ultimatum è, in qualche modo, quello che resta di una
legittimità che, ormai, è entrata in crisi, ma che resta ancora.
Terzo: l'attacco
dell'Impero è, precisamente, l’attacco ad uno Stato-nazione, all’Iraq.
Quarto: l’Islam
non è solo civiltà. L’Islam è un insieme complesso che è stato poco
analizzato, ma c'è una letteratura araba, che è poco conosciuta in Occidente,
che si è soffermata a lungo sulle tipologie e sui modelli di Stati-nazione che
si sono affermati nei paesi islamici. L’Islam non è solo civiltà, ma è un
insieme di Stati-nazione. Io ho l'impressione che questi Stati-nazione avranno
loro peso anche nel futuro immediato.
Quinto: io
penso che nello stesso equilibrio mediorientale il ruolo degli Stati-nazione
sarà decisivo. Mi riferisco all'Egitto,alla Siria e all’Iraq, anche in un
eventuale ridisegno geopolitico dell'area. In uno dei primi documenti americani
relativi all’organizzazione della seconda guerra del Golfo che ho letto, uno
dei primissimi documenti che furono preparati, la prima frase recitava così:
nel 1991 noi andammo in Iraq per ristabilire lo status quo, nel 2003 noi
andiamo in Iraq per creare un nuovo ordine politico. Questo poi è un concetto
che è passato tranquillamente, nel senso che poi oggi è tranquillo pacifico. Io
l'ho letto in tempi ancora non sospetti, quando tutti quanti dicevano che
l'impero americano interveniva in Iraq per il petrolio. In questo stesso
documento c'era scritto che se noi avessimo avuto come priorità il petrolio
saremmo andati in Argentina, in Venezuela non Iraq. Io dico che anche nella
politica del dopo Saddam, nella politica americana del dopo Saddam, in un
eventuale ridisegno geopolitico di quest'area, il peso di questi Stati-nazione
di quest'area decisiva, che andrebbero studiati molto più approfonditamente di
quanto si sia fatto, sarà notevole. Ma lo stesso conflitto Israelo-Palestinese
è un conflitto tra Stati-nazione.
Sesto: in
Europa il quadrilatero che conta di più è ancora il quadrilatero dei più
antichi Stati-nazione: Spagna, Francia, Inghilterra, Germania. Intendo
Stati-nazione nel senso che in Francia abbiamo avuto una rivoluzione, in Spagna
c'è Stato un processo interessantissimo di costruzione di Stati-nazione, in
Inghilterra molti, addirittura, hanno interpretato la rivoluzione del 1642 e
del 1688-89 non come una rivoluzione, ma come una restaurazione,
sostanzialmente, di quegli accordi sui fondamenti di cui ho parlato prima che
erano stati, in qualche modo, compromessi dalla monarchia dal rapporto tra
monarchia e Parlamento. In Germania la Riforma ha rappresentato un momento
molto importante di costruzione dello Stato-nazione. Rispetto a questo
quadrilatero si ripresenta drammaticamente il problema Italia con tutte le
fragilità storiche che oggi si fanno sentire ancora di più, perché, badate
bene, consegnano un volto dell'Italia che è assolutamente indipendente da chi
lo governa. Non illudiamoci che un governo diverso da quello attuale possa consegnare
alle relazioni internazionali, oggi, un'Italia più pesante. Io non credo.
Infine,
gli stati nazione e la guerra attuale. La Turchia, uno Stato-nazione non ha
consentito di aprire il fronte nord. E
su questo io chiudo. Grazie!
INTERVENTI
(sintesi)
Il primo intervento mette in
rilievo come la relazione del prof. Musi sia stata estremamente chiara e
lineare e riproponga il problema del senso della legittimità dello
Stato-nazione, più volte messo in crisi dall’imperialismo. Ad avviso di chi interviene,
l’imperialismo attuale è proprio di una certa cultura cosmopolitica di
ascendenza capitalistica. In tal senso, l’Impero, il concetto stesso di Impero,
non è una deviazione patologica del concetto di nazione, bensì la sua più
radicale negazione. Questo aspetto lo si trova già considerato in Carl Schmitt
e i fatti recenti lo dimostrano ampiamente.
Il
secondo intervento pone in rilievo come spesso si cerchi subito sul piano
teorico di indicare superamenti e prospettive dialettiche, laddove la storia ci
riconduce puntualmente ad avere più attenzione per i fatti. Lo Stato-nazione,
che fino a poco tempo fa era visto come un elemento in definitiva liquidazione,
riemerge con forza da un punto di vista, soprattutto, di esigenza legale e
diplomatica.
La guerra
è stata fatta per ridisegnare la carta del mondo e in tale direzione non c’è
principio legale che tenga. Ma proprio in tale prospettiva lo Stato–nazione
diventerà fondamentale, nei prossimi venti-trenta anni, per poter risolvere le
questioni della regione mediorientale. A parere di chi interviene la guerra
dura già da una ventina d’anni e parte dal fatto che gli Stati Uniti hanno
avuto ragioni di attrito prima con il Giappone e poi con l’Europa. Finito
l’equilibrio del bipolarismo Occidente
– Unione Sovietica, il mondo ha ripreso un cammino concorrenziale e gli Stati
Uniti sono rimasti in parte isolati e in parte condizionati dalla crescita
economica di paesi emergenti, tra i quali l’Europa stessa. Ridisegnare la
regione mediorientale per guardare oltre, quindi. È un conflitto enorme, mondiale. La questione è molto complessa. Pochi sono gli
Stati-nazione esistenti realmente nel mondo con spessore storico ampio quale è
quello a cui si fa riferimento, citando questo termine. Lo scenario che si
intravede è tragico e durerà venti o trent’anni e per reazione alla forza di
unico impero ci saranno numerosi episodi di terrorismo. La domanda è quindi
questa: cosa deve fare l’umanità in questa prospettiva e noi in Italia, perché
la nostra nazione abbia un peso maggiore nelle prospettive appena enunciate?
Il terzo
intervento è incentrato sulla questione della guerra, intesa come elemento
tragico di crescita. L’analisi parte dalla constatazione che all’interno dalla
relazione di Musi convivano due orizzonti di fondo. Uno ottimistico, relativo
alla rinascita dello Stato-nazione come elemento essenziale ed unico per una
prospettiva di rilancio delle relazioni
internazionali, l’altro tragico, nel senso che solo la guerra può far
recuperare il gap storico di alcune regioni che non hanno avuto una reale
crescita politica e sociale, nonché culturale nella direzione dello
Stato-nazionale. La guerra, quindi, come strumento dialetticamente necessario e
ineliminabile per arrivare alle fondamenta dello Stato-nazione, cioè all’accordo
sui fondamenti e all’autodeterminazione?
Nel
quarto intervento si evidenzia, nella relazione, una prospettiva troppo
ottimistica. Il prof. Musi ha messo in evidenza lo scivolamento semantico del
concetto di Stato da “monopolio legittimo della forza” a “monopolio dell’uso
legittimo della forza”. Il problema è che l’Europa ha rinunciato alla forza
delle armi, dell’intelligenza, della cultura, della politica. L’Europa non ha
la forza di un’egemonia culturale e pratica. Il mondo che gestisce le “armi intelligenti”
ha anche la gestione della cultura ideologica. All’interno di questo scenario,
lo Stato-nazione, se per Stato-nazione intendiamo la coincidenza tra cittadino
e istituzioni, che ruolo può avere in concreto sul piano della diplomazia? Ma
la stessa diplomazia che ruolo può avere di fronte alla forza dell’egemonia?
I
movimenti di oggi sono lontani da quelli che realmente mettevano paura ai
governi. È possibile realmente un’alternativa allo stato delle cose esistenti
oggi?
REPLICA
DEL PROF. MUSI
Non sono
ovviamente risposte, sono ulteriori problematizzazioni. Però, una risposta mi
sento di darla al riguardo del primo intervento. Io non vedrei in
contrapposizione imperialismo e nazione. Storicamente l'imperialismo è una
delle propaggini estreme dello sviluppo degli Stati-nazione. Senza lo sviluppo
degli Stati-nazione non ci sarebbe stato l'imperialismo di tardo ‘800 e del
primo ‘900 che ha portato alla Prima guerra mondiale. Direi che l'imperialismo
è collegato non sempre, e non solo, all'idea di impero. Può essere imperialista
anche uno Stato non imperiale. Storicamente bisogna tener conto di questo
elemento. Non c'è opposizione concettuale e storica tra imperialismo e nazione,
ci può essere un passaggio e la storia ce lo ha dimostrato. Bisogna considerare
attentamente questo. In tal senso, non c'è un'opposizione tra guerra etnica e
nazione, cioè, il problema fondamentale è che la guerra etnica scoppia laddove
i processi di costruzione nazionale sono stati processi molto complessi. Sono
stati processi affrettati, anche con le complicità dell'Occidente. Noi abbiamo
creato delle nazioni fantasma, anzi degli Stati-nazione fantasma. Sono stati
privilegiati, in maniera veramente strumentale, alcuni elementi che non
consentivano, in alcuni casi storici precisi,
un reale sviluppo di Stati-nazione, perché non potevano essere stati-nazione.
Mi riferisco ovviamente, per esempio, sia a quello che si è verificato dopo la
disintegrazione del sistema imperiale sovietico,sia a quanto si è verificato
dopo la disgregazione della Jugoslavia. L'Occidente porta responsabilità
pesanti nell'aver favorito la creazione di Stati-nazione fantasma. Quindi, le
guerre etniche sono dentro questa complicata formazione-fondazione di questi
stati nazionali.
Per
quanto riguarda il secondo intervento anche qui storicamente noi abbiamo già
visto alcune cose che possono essere interessanti. Abbiamo, per esempio, visto
che l'ascesa degli imperi non è irresistibile. La pianificazione imperiale ha
dei limiti. Allora, non commettiamo l'errore di volere, l'ho commesso anch'io
quando ho fatto riferimento ai documenti dei servizi americani, confondere la
progettualità dell'impero che è quella di andare, per esempio, in Iraq per
ridisegnare la geopolitica dell'area con la costruzione storica concreta del
giorno per giorno. Bisogna stare attenti a non valutare e demonizzare, creando
una forte opposizione solo nei confronti dei progetti di pianificazione ed,
invece, essere impreparati poi di fronte alla loro concreta realizzazione
storica. Quanto alla guerra contro il terrorismo, io ritengo, e dirò una cosa
impopolare, che, comunque, anche l'Europa ha delle responsabilità dopo l'11
settembre, perché il suo coinvolgimento nella guerra al terrorismo è stato
pressoché nullo. Diciamola tutta. Diciamo che probabilmente noi portiamo delle
responsabilità, perché in ogni caso devo riscontrare una mancata sensibilità di
percezione del pericolo del terrorismo internazionale dopo l'11 settembre da
parte dell'Europa. Ne possiamo discutere, possiamo approfondire questo
elemento, però non ci sono dubbi che all'origine anche di quella che viene
considerata l'incomunicabilità tra Europa e Stati Uniti c'era anche una
responsabilità dell’Europa nel suo
mancato coinvolgimento nella guerra contro terrorismo.
La
guerra, poi, qui per rispondere al terzo intervento, ha sempre storicamente
avuto, soprattutto dalle guerre dal ‘500 in avanti, una funzione
importantissima della storia mondiale. Ci sono molti storici delle relazioni
internazionali che ritengono che non siano i trattati, le paci, il momento
costituente delle relazioni internazionali, ma siano le guerre. Il problema non
è questo, il problema è che la novità attuale, e questo forse crea quel
pessimismo che caratterizza un po' il nostro atteggiamento, la nostra sensibilità,
sta nel fatto che la guerra è diventata la norma assoluta. Il valore normativo
della guerra è cosa ben diversa dal valore costituente della guerra. Il valore
costituente della guerra significa che la guerra è un motore di accelerazione
storica nei processi costitutivi della storia. Il valore normativo della guerra
significa una cosa diversa, significa, in qualche modo, che senza guerra non
c'è storia. Stiamo addirittura a questo, oggi, che la guerra riempie il vuoto
di legittimità e, in qualche modo, diventa essa stessa il pieno della storia,
la norma, appunto, nel senso di valore normativo.
Riguardo
al quarto intervento, condivido il fatto che ci sia un vuoto di egemonia
culturale dell'Europa, ma io rispondo chiedendo: come si costruisce il pieno di
egemonia culturale? Cioè, una volta considerato che l'America viene
demonizzata, però viene anche santificata, perché in qualche modo questo è il
rapporto bipolare che esiste, anche perché, in genere, non c'è demonizzazione
senza santificazione, l'Europa che cosa deve fare oggi? Bisogna dare una
risposta, ma una risposta movimentista non mi si addice. Io sono per la pace
con i “se” e con i “ma” e sono contro la guerra con i “se” e con i “ma”, non
senza “se” e né senza “ma”. Però io devo dire anche che quando si dice che oggi
i movimenti pacifisti rappresentano una potenza, in effetti, si dice una cosa
giusta. Cioè, si dice che, comunque, le forme della partecipazione stanno
seguendo canali differenti. La mia generazione ha, in effetti, vissuto in
maniera abbastanza unidimensionale le forme della partecipazione. Per noi le
forme della partecipazione politica passavano attraverso canali abbastanza
moderni, abbastanza abituali, abbastanza ricorrenti e forse oggi stanno
cambiando. Mi pongo il problema in maniera interrogativa. Forse stanno
cambiando i modelli di partecipazione? Allora la domanda è non l'assenza di
partecipazione, ma ancora una volta come la politica deve fare i conti, deve
mediare, perché la politica è mediazione, queste nuove forme di partecipazione.
Io non penso che oggi ci sia una crisi di partecipazione, il problema è che,
forse, i canali di comunicazione tra queste nuove forme di partecipazione, che
secondo qualcuno sono la seconda potenza imperiale oggi nel mondo, devono
trovare una forma di rappresentazione politica. È qui il problema. Quello che
noi oggi scontiamo è, intanto, la totale incomunicabilità tra i politici come
mediatori e perfino le forme tradizionali di mediazione e, quindi, siamo ad un
livello addirittura precedente a questo. Oltre questo, se andiamo avanti,
vediamo che è ancora più difficile per i politici e per il sistema politico nel
suo complesso, per volontà o per incapacità dei politici, riuscire ad
individuare le forme di mediazione dei movimenti. E allora succede quel che
succede in Italia. Succede che il partito DS è scisso in tre parti. Allora io
vi dico che le forme di frammentazione, storicamente, come quelle che stiamo
vivendo oggi, preludono all'estinzione. Ho tanti testimoni stasera, e non me lo
auguro di indovinare, ma vi dico che quando si arriva a quello a cui siano
arrivati oggi, e sono notizie del ultimissime ore, si sta alla vigilia
dell'estinzione politica. Anche questo la storia ce l'ha insegnato. Se il
problema diventa esclusivamente il rapporto di natura strumentale con i
movimenti, non è così che si fa la politica. La politica è sempre
rappresentanza di interessi, mediazione, ma, andando effettivamente a riportare
l'interesse, i fini di coloro che si rappresentano nel mondo della
rappresentazione. Questa è la politica e questo è il problema oggi. Non è un
problema di scarsa partecipazione, perché la gente partecipa e tanto, ma
partecipa nei modi più diversi. Il problema è esattamente come riuscire a far
passare queste forme di partecipazione in un qualche luogo della mediazione
politica che dia efficacia politica a tutto questo. Quindi, oggi non c'è una
crisi di partecipazione, ma c'è una crisi della mediazione politica della
partecipazione. Tutto ciò è una cosa ben diversa. Allora, lavoriamo tutti su questo.
Ma se andiamo avanti in questo modo e se i due mondi, cioè, il mondo della
politica e il mondo della partecipazione, dei cosiddetti movimenti, non
riescono in nessun modo ad incontrarsi se non a livello strumentale da parte
del mondo dei partiti della rappresentanza politica, non si faranno molti passi
in avanti. Ecco perché l'Europa potrebbe dare tantissimo su questo terreno, io
ne sono convinto. Ma ancora una volta io penso che le responsabilità siano in
un concetto che non è proprio emerso in questa nostra conversazione, vale a
dire il concetto di classe dirigente. Ma il discorso si farebbe molto più
ampio.