DoSsier
I l  R i Z o m a  C o l  T r A t T i n o
 www.rizomamente.org

Rizoma vs Pensiero Unico
 

di Luca Borello
(aprile 2005)

versione
stampabile

 

Salve a tutti, sono parte di un rizoma. Potrei esserlo per caso, solo perché momentaneamente ho qualcosa da dire che vorrei condividere, un'idea, una suggestione che mi va di esporre. Perché mi pare di poter contribuire ad una direzione, se non esattamente a un contenuto. Perché è sempre meglio dare un contributo piccolo, minuto, apparentemente inutile, che non darlo.

Ovviamente non è così, cioè non sono qui a scrivere per caso. Ma potrebbe essere. Sono qui a scrivere per tentare di spiegare cos'è questo sito e cosa vorrebbe fare. Almeno dal mio personale punto di vista: qui non c'è nessuna linea da seguire, nulla a cui aderire, nessun vertice e soprattutto nessun pensiero unico. Anzi, il pensiero unico è il nostro più acerrimo avversario, quello contro cui il rizoma  si scaglia caotico. 

Pensiero Unico

Cerco di essere più preciso. Il pensiero unico è, innanzitutto, la visione secondo cui al centro della società, a perno stesso dell'agire umano, sta l'economia. Il pensiero unico è, fondamentalmente, calcolo economico, da cui discende la stessa sistemazione della società, gli stessi rapporti interpersonali, lo stesso giudizio che si da delle società altre (che normalmente vengono definite “sottosviluppate” o, se si è in vena di generosità “in via di sviluppo”). Il pensiero unico ritiene inoltre che la modernità sia sempre e comunque sinonimo di progresso e il progresso di benessere, perché semplicemente non considera in alcun modo i costi della modernità: non importa che ad arricchirsi, a circondarsi di oggetti sempre più sofisticati, siano sempre meno persone al mondo, e che anzi il divario tra ricchi e poveri si ampli di anno in anno, perché la ricchezza è sempre e comunque sinonimo di benessere e progresso, di felicità. Il pensiero unico è la centralità del denaro, della produzione, dell'accumulazione, del consumo.

Da qui, si comprende che pensiero unico non è solo capitalismo, ma anche marxismo (e tutto quello che sta in mezzo). E' erroneo ritenere che il pensiero unico sia pura emanazione del  neoliberismo o neoconservatorismo che pure ora dettano legge su tutto l'”Occidente” e tentano di imporla anche fuori, nelle cosiddette aree “in via di sviluppo”, tramite organismi non democratici e drammaticamente poco conosciuti come la World Trade Organization (di cui si parla più diffusamente in altri contributi di questo dossier). Nell'ambito del pensiero unico restano imprigionate le stesse negazioni del sistema attuale, come il comunismo (preferisco parlare di comunismo in senso ampio più che di marxismo tout court), che comunque pone la questione della produzione come centro gravitazionale della società, sia pure muovendosi sotto ben altre spinte ideali e con ben altri obbiettivi.

Comunismo e capitalismo, in fondo, mettono entrambi al centro di tutto la questione economica, interpretandola in maniera speculare l'uno all'altro. In gioco non c'è altro che la gestione dei mezzi di produzione e la ridistribuzione della ricchezza prodotta da questa. Stesso identico punto di partenza. Sono davvero così alternativi l'uno all'altro, o si può provare a pensare a qualcosa di diverso, di davvero alternativo, cercando di non restare invischiati nell'ideale puro?

Parrebbe di no, ma ecco dove sta la forza del pensiero unico: generalmente si ritiene che siano (o almeno siano stati) questi due grandi mostri della ragione a fronteggiarsi, questi due i grandi motori della storia, al punto che il crollo del comunismo avrebbe addirittura portato alla Fine della Storia, secondo la teoria di Fukuyama, vecchia di quindici anni ma ancora in auge tanto a “destra” quanto a “sinistra”. Unica alternativa ai due mostri della ragione, si erge malfermo, spaventato e rabbioso quello della religione (religione, non fede, tengo a precisare). In mezzo qualche tentativo onorevole di mettere tutti d'accordo, come la democrazia, teoria che per altro non ha visto grandi evoluzioni nell'arco degli ultimi trent'anni (almeno), e sembra reggersi su equilibri sempre più fragili e quasi inconsapevole di sé e del proprio valore, oltre ad essere anch'essa oramai del tutto imbrigliata nel mercato e dominata dalla scienza economica.

Non ci sono alternative al mercato e all'economia. O meglio, ci sono sicuramente, ma il pensiero unico non le considera. Non ci prova neppure: ha i suoi problemi a cui somministrare le sue soluzioni. Questo è il sistema, e quello che non ne fa parte non è considerata sottosviluppo, ovvero errore da correggere con formule prestabilite, sempre che questo porti vantaggio economico al sistema stesso.

Il pensiero unico è dunque forza, sicurezza, identità nel senso più letterale (e più sbagliato) del termine. E' espulsione o fagocitamento delle alternative.

Il Rizoma

Il rizoma, invece è debolezza, incertezza, identità in continua evoluzione. E', o vorrebbe essere, ipertrofia di alternative. Il rizoma è debolezza: è la consapevolezza della necessità dell'altro, della sua storia e della sua concezione del mondo, dotata della medesima dignità di quella che ognuno di noi sente come propria. E' la consapevolezza che le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre opinioni, sono fragili e inutili se non vengono messe a disposizione dell'altro, e che resteranno fragili ed inutili fintanto che vorranno restare lontane da ogni confronto. Accettare la propria debolezza per poter condividere, per poter convivere, e soprattutto per confrontarsi, per permeare l'altro con qualcosa di sé e farsi permeare allo stesso modo, e per essere aperti così alle alternative.

Certamente il rizoma è incertezza, perché non esiste vertice o obbiettivo, ma solo movimento e direzione, ma soprattutto, fuor di metafora, perché occorre dubitare sempre, fintanto che esiste un barlume di ragione per farlo.

Il rizoma è identità in evoluzione perché se non è in evoluzione non può essere identità: nel senso che l'identità forte non è quella che si difende, ma quella che si concede all'altro perché è consapevole di sé e non teme di perdersi, di svanire, di sgretolarsi, ma al contrario sa bene che dal contatto con l'altro, qualora lo desideri (ognuno è libero di fare quello che desidera), verrà arricchita e rafforzata.

Quali alternative?

Ho tirato in ballo finora parecchie volte la questione del pensiero unico e delle alternative. E mi rendo conto di essermi mosso su un piano molto teorico, cioè in un ambito in cui è davvero facile dire qualunque cosa e dimostrare di avere ragione. E' la pratica che conferma la teoria.

A cosa vuole arrivare il rizoma, ci si chiederà. In realtà, non lo sappiamo bene nemmeno noi. Il rizoma è un tentativo, non un ideale o un obiettivo. E' un metodo, una via, che mette insieme molti metodi e molte vie diverse fra loro. Si prova la necessità di concepire il mondo in cui viviamo in maniera nuova, per poter uscire dalle spire del pensiero unico, del sistema, o se volete, per essere più concreti, da questo capitalismo ingordo e autoreferenziale che sta devastando il pianeta, ma uscirne in maniera radicale. Cioè non affidandosi necessariamente alle risposte degli oppositori “storici” del capitalismo, ma cercando elementi nuovi su cui fondare la nostra società, che non sia necessariamente la produzione o il lavoro (di cui, peraltro, non si nega l'importanza, ma il ruolo idrocefalo che ricopre nella nostra società).

Perché l'Italia deve essere una Repubblica fondata sul lavoro e non, poniamo, sulla solidarietà, sulla dignità, o sulla cultura? Chi ha detto che l'uomo si realizza nel lavoro? Non mi risulta esistere nessuna prova oggettiva che la ricchezza economica sia motivo di maggiore felicità personale, eppure nella nostra società si sacrifica quasi senza rendersene conto la propria realizzazione umana per ottenere quella professionale, che poi è monetaria, cioè fittizia. Però, per inciso, non è detto che per alcune persone la felicità non corrisponda proprio all'accumulazione monetaria: con che diritto gli impediamo di essere felici privandoli della possibilità di collezionare banconote? Con nessun diritto, a ben vedere, però possiamo forse fare in modo che queste persone non abbiano più in mano le redini del sistema.

Se a perno della convivenza civile (ma forse sarebbe il caso di cominciare a chiamarla “convivenza umana”, perché “civile” è un termine troppo relativo) ci fosse qualcosa d'altro rispetto ai cosiddetti “rapporti di produzione”, qualcosa tipo il rispetto reciproco, ad esempio, allora forse non si correrebbe il rischio che chi vuole arricchirsi lo faccia sulle spalle di altri, come sta drammaticamente avvenendo, e magari nessuno avrebbe più così interesse ad accumulare, dato che non c'è più una società che glielo chiede o peggio che glielo “impone”. E questo semplice pensiero va ben al di là dei diversi metodi con cui si può decidere di gestire e regolare il lavoro e il mercato, perché questi diverrebbero relativi. Ma se il punto centrale resta sempre e comunque la produzione e la distribuzione della ricchezza, allora come si è visto anche comunismo e socialismo vanno a farsi benedire.

Rivoluzione?

L'uomo non è necessariamente economicus. Ha in sé, nella sua storia millenaria e variegatissima, nelle diverse forme che ha voluto dare alle proprie società, un campionario di esperienze e soluzioni che non vengono considerate perché di solito se ne prende in considerazione una (e al limite il suo contrario, demonizzato) e la si applica ad oltranza  per descrivere e modificare la realtà (è quello che fa il WTO con i cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”: applicare sempre la medesima formula, che per altro non funziona mai).

Non solo, noi siamo abituati a determinati comportamenti sociali: sono quelli che apprendiamo, quelli che il sistema ci insegna. Ma ce ne sono tanti altri, e sono sotto gli occhi di tutti perché in alcune realtà già vengono applicati (penso, semplicemente, al consumo critico, alle banche del tempo, o alla semplice raccolta differenziata dei rifiuti, per citare un esempio promosso dal “sistema” e per non apparire, così, troppo “barricato”). L'uomo può essere rispettoso del diverso, può essere solidale, può essere accogliente, può esigere che la propria evoluzione non sia delegata alla tecnologia, come sta avvenendo (pensiamo all'evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione, come i telefoni cellulari, internet, la tv digitale, e all'involuzione parallela dei contenuti della comunicazione), o addirittura potrebbe volere che le risorse economiche e scientifiche utilizzate per lo sviluppo del nuovo super elettrodomestico vengano dirottate per curare l'AIDS. E soprattutto, l'essere umano, se lo desidera, può capire che questi comportamenti sono vantaggiosi per tutti, anche economicamente.

L'uomo ha già in sé le risorse per conquistare un mondo migliore senza necessariamente attendere la Rivoluzione o l'avvento dell'Uomo Nuovo, immenso dito dietro cui ci si nasconde per fuggire alle proprie responsabilità, alle fatiche dell'agire.

Il rizoma non è strumento rivoluzionario, ma mi piace fantasticare che possa essere strumento evolutivo (per fortuna non ho mai sostenuto che il rizoma debba essere umile). La rivoluzione è magia, evento miracoloso, rapido, definitivo, inesistente. L'evoluzione è invece un processo naturale, lento, nascosto, duraturo. Avanza a piccoli passi, sussurri di idee e opinioni ed esperienze che si sfiorano, si confrontano, si scontrano e si compenetrano, man mano sempre più fragorosamente. Occorre essere consapevoli della lentezza e della profondità del processo, e del fatto che proprio questa lentezza, questa profondità, ne assicureranno il radicamento e la persistenza.

Certo, io, noi speriamo che l'evoluzione porti ad un'umanità finalmente solidale, tollerante, pacifica. Abbiamo la nostra idea di evoluzione (anzi, per essere esatti questa è la mia), e possiamo sbagliarci. del resto, se fossimo totalmente sicuri di questo, ci saremmo già smentiti.